navi delle repubbliche marinare

 


DAL X AL XVI SECOLO dopo Cristo, il Mare Mediterraneo fu di nuovo, come ai tempi della potenza romana, il Mare Nostro: le navi che lo solcavano appartenevano quasi esclusivamente alle città marinare d'Italia: Amalfi, Pisa, Genova, Venezia. Le navi da carico di queste città raggiungevano i più lontani porti del Mediterraneo e del Mar Nero, arrivando fin nel Mar d'Azov; là acquistavano le costose merci che le carovane portavano da Cina e India; là fondarono popolose colonie dotate di magazzini, uffici, abitazioni e chiese. Questi convogli carichi di merce preziosa e queste colonie tanto lontane dalla madre patria dovevano essere difese dagli assalti dei pirati turchi. Le città marinare, perciò, oltre alla flotta mercantile, dovettero costruire anche una flotta da guerra.

LE GALEE
Le galee sono le più usate dai marinai delle Repubbliche marinare. La loro forma deriva direttamente dalle antiche triremi romane (liburne). Poteva essere lunga anche cinquanta metri e larga sette, ma non era mai molto alta. Fin verso il 1000 le galee venivano usate tanto per trasportare merci quanto per la guerra, ma quando, attorno a quest'epoca, nelle città marinare d'Italia rifiorirono i cantieri navali, si iniziò a costruire galee destinate esclusivamente alla guerra. Allora, poiché nella stiva non si dovevano più immagazzinare merci, si poterono imbarcare fin 120 vogatori, in qualche caso anche 200.
I remi erano disposti su un solo ordine; in molte galee ogni remo era manovrato da due, tre e anche quattro vogatori. Sulle galee le vele venivano considerate un motore ausiliario; queste navi usavano la vela triangolare, detta vela latina, e di frequente avevano due alberi. L'armamento di una galea non era molto diverso da quello delle navi romane: vi erano armi da lancio e grosse baliste; erano inoltre armate di un enorme sperone per forare lo scafo delle navi avversarie. Ciascuna galea era, infine, munita di grossi ganci e di leggeri ponti che servivano per agganciare le navi nemiche e per attaccarle all'arrembaggio.
Fra vogatori, marinai, bombardieri, arcieri e soldati assalitori, l'equipaggio di una galea poteva contare anche più di 500 uomini.

LE NAVI DA CARICO
Nelle città marinare usarono molti tipi di navi da trasporto merci: le galee grosse, le cocche, le caracche. Erano navi alte di bordo, più larghe e rotonde della galea, specifiche per portare grandi carichi (e da ciò il nome di caracche che deriva dalla espressione latina navis caricata), esse furono fra le prime del Mediterraneo ad applicare una grande innovazione, apparsa già da un secolo nei navigli del mar del Nord: la sostituzione dei remi di governo con un vero e proprio timone a barra. Ben presto le navi dei Genovesi e quelle dei Veneziani si accorsero che queste navi erano adattissime anche al combattimento, perché con esse si potevano colpire i nemici dall'alto, standosene ben protetti negli alti castelli di poppa e di prua.

GLI USCERI
Anche le antiche flotte delle repubbliche marinare avevano mezzi da sbarco: infatti esse possedevano gli usceri, grandi navi da carico (cinquanta metri di lunghezza e tredici di larghezza), munite, a poppa, di due grossi usci; attraverso queste aperture potevano sbarcare rapidamente sulla costa cavalieri, già sui loro cavalli, fanterie, macchine belliche e rifornimenti. Le nostre città marinare noleggiarono numerose navi di questo tipo all'esercito crociato, al quale furono utilissime per rifornire di uomini e di attrezzature le truppe più avanzate. Questi viaggi fruttarono alle società di navigazione italiane grossi guadagni e ai crociati il vanto di precedere di parecchi secoli... le imprese dei marines statunitensi.

L'EQUIPAGGIO DELLE NAVI
Comandante della nave era il sopraccomito. Egli era aiutato dal comito e dal luogotenente. Il primo era detto anche nostromo; era l'uomo di fiducia del comandante e si occupava delle manovre delle vele. Il secondo si occupava del governo della ciurma. Su ciascuna galea vi erano poi quattro aiutanti. C'erano anche lo scrivano (colui che teneva i libri di bordo), il mastro d'ascia (un esperto carpentiere), il calafato (che tappava con pece e stoppa le fessure che si formavano nella chiglia e le ricopriva con catrame), infine il barbiere, che, all'occorrenza, svolgeva anche le funzioni... di chirurgo.
L' equipaggio era suddiviso in compagni d'albero (marinai) e rematori. Questi ultimi erano dei detenuti condannati al trattamento più inumano. Erano in parte condannati per delitti comuni ed in parte prigionieri di guerra; alcuni erano volontari, gentaglia che non sapeva far alcun altro mestiere, e venivano chiamati, per ironia, buonavoglia. Per essere riconosciuti in caso di fuga, questi rematori delle galee, detti appunto galeotti, dovevano avere i capelli rasi o tagliati a ciuffo. Essi erano incatenati alle loro panche in gruppi di quattro o cinque e dovevano muovere remi lunghissimi. Fra le due file di rematori passava una corsia sulla quale stava un uomo, chiamato l'aguzzino; costui era armato di una lunghissima sferza con la quale percuoteva chi non remava con sufficiente energia. Se la nave affondava i galeotti affondavano con essa. Dovettero purtroppo trascorrere alcuni secoli prima che venissero abolite queste barbare condanne.

LA BUSSOLA
Dal secolo XII in poi si cominciò ad usare il più prezioso strumento dei naviganti: la bussola. È ormai tradizione che essa sia stata inventata dall'amalfitano Flavio Gioia. Pare certo, però, che questo personaggio non sia mai esistito, anche se la bussola è veramente un'invenzione di navigatori amalfitani. Le primissime bussole consistevano in un ago calamitato, posto a galleggiare su una pagliuzza in un recipiente contenente dell'acqua.

LE VELE
Le prime galee usavano la vela quadrata, come i navigatori greci e romani. Solo verso il secolo XIII si apprese dagli Arabi ad usare la vela triangolare, con la quale era possibile navigare anche contro vento. La vela triangolare è detta vela latina. Ma questo nome non indica l'origine della vela. Esso deriva dalla storpiatura di vela alla trina. Così si chiamava infatti la vela triangolare, o perché fatta a triangolo, o perché legata con la trina, treccia di canapa formata di tre fili ed usata per le legature volanti.

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