moti rivoluzionari dal 1820 al 1848

 

IL 9 GIUGNO 1815 si conclusero le sedute del Congresso di Vienna. Durante tale congresso, i sovrani dell'Austria, della Russia e della Prussia per ingrandire i loro Stati non esitarono a ripartirsi il territorio delle altre nazioni europee. Una delle nazioni maggiormente sacrificate fu l'Italia: essa passò quasi interamente sotto il dominio dell'Austria. La Lombardia e il Veneto (costituenti il Regno Lombardo-Veneto) furono considerati territorio austriaco e quasi tutti gli altri Stati italiani furono assegnati a sovrani pronti a seguire scrupolosamente gli ordini dell'Austria.

L'AUSTRIA REPRIME OGNI LIBERTÀ
II governo che gli Austriaci instaurarono in Italia fu veramente tirannico. Ma l'Austria non si era resa conto che i tempi erano cambiati: i princìpi di libertà che si erano affermati con la Rivoluzione Francese avevano aperto gli occhi ai popoli. Ormai quei princìpi erano ritenuti indispensabili per la costituzione di uno Stato. Inoltre, secondo tali teorie, ogni nazione doveva avere il diritto di esistere e svilupparsi libera e indipendente.
I più ferventi patrioti non tollerarono il governo tirannico dell'Austria. E poiché non potevano manifestare apertamente le loro idee liberali e il loro amore di patria, essi decisero di riunirsi in associazioni segrete (le più note furono la « Carboneria » e la « Giovine Italia »). Dal 1820 al 1848 (anno in cui ebbe inizio la prima guerra contro l'Austria) gli appartenenti a queste associazioni fecero scoppiare numerose insurrezioni, con la speranza di abbattere la tirannide austriaca.

I NAPOLETANI DANNO IL VIA AI MOTI RIVOLUZIONARI
A soli cinque anni dalia chiusura dei Congresso di Vienna, i patrioti italiani fecero scoppiare un violento moto rivoluzionario. Questo venne organizzato nel Napoletano dove regnava Ferdinando I di Borbone, fedele esecutore degli ordini dell'Austria, Promotori della rivolta furono Michele Morelli e Giuseppe Silvati, due ufficiali iscritti alla Carboneria che prestavano servizio a Nola. Alla testa di una colonna di circa 150 uomini tra militari e borghesi, i due ufficiali ribelli puntarono su Avellino. Alla notizia della rivolta, altri militari si unirono agli insorti: li comandava il generale Guglielmo Pepe che era stato un valoroso ufficiale dell'esercito napoleonico. Preso alla sprovvista, Ferdinando I si vide costretto a cedere: il 13 luglio concesse la Costituzione e indisse le elezioni per la nomina dei deputati al Parlamento. Se Ferdinando aveva ceduto, l'Austria non era però disposta a fare lo stesso. Infatti, alcuni mesi dopo, un esercito austriaco mosse dal Lombardo-Veneto verso il Regno di Napoli. Naturalmente non fu difficile per gli Austriaci annientare le deboli forze degli insorti napoletani (23 marzo 1821). Ferdinando I punì ferocemente i rivoltosi: Morelli, Silvati e altri patrioti furono condannati a morte. Sebbene fallita, l'insurrezione aveva fatto capire ai patrioti italiani una cosa molto importante: e cioè che non ci poteva essere libertà in Italia finché gli Austriaci rimanevano nella penisola.

SI VUOLE LA GUERRA CONTRO L'AUSTRIA
Era ancora in atto l'insurrezione napoletana quando la Carboneria ne fece scoppiare un'altra in Piemonte. Ma questa volta i patrioti non chiesero solo un governo costituzionale; mirarono addirittura alla guerra contro l'Austria per liberare il Lombardo-Veneto. Le loro richieste furono rivolte ai re di Sardegna Vittorio Emanuele I. Il vecchio sovrano di Casa Savoia non ebbe però il coraggio di affrontare la situazione e abdicò in favore dei fratello Carlo Felice. Ma poiché questi non si trovava nel regno, fu data la reggenza al principe Carlo Alberto di Savoia.
Da Carlo Alberto i patrioti ottennero la Costituzione, ma subito dopo dovettero fare i conti con Carlo Felice. Questi non solo la ritirò, ma invitò gli Austriaci a marciare contro i patrioti. L'8 aprile 1821, i rivoluzionari, guidati da Santorre di Santarosa, uno dei capi della sommossa, vennero dispersi dall'esercito austriaco. Falliva così anche la seconda e più importante insurrezione dei patrioti italiani. Tuttavia l'Austria non poteva sentirsi affatto tranquilla: sapeva che a un certo momento le rivolte dei patrioti avrebbero finito per trascinare nella lotta tutto il popolo italiano.

IL TRADIMENTO DEL DUCA DI MODENA
Per dieci anni, e cioè dal 1821 al 1831, l'Austria riuscì a prevenire ogni insurrezione. Ciò le fu possibile grazie a una fitta rete di spionaggio. Ma nel 1831 alcuni Carbonari, con a capo Ciro Menotti, trovarono la maniera di organizzare un'insurrezione in grande stile senza destare il minimo sospetto. Essi riuscirono nientemeno che ad avere la protezione del Duca di Modena, Francesco IV. Questi, che aspirava a formare un regno comprendente la Lombardia, l'Emilia e lo Stato Pontifìcio, aveva accettato di collaborare con i patrioti per cacciare gli Austriaci da quei territori. La rivoluzione, stabilita per il 4 febbraio 1831 doveva scoppiare contemporaneamente a Modena e in altre città. Ma all'ultimo momento Francesco IV, forse non sicuro del successo dell'impresa, decise di impedire l'insurrezione. Nella notte dal 3 al 4 febbraio fece arrestare Ciro Menotti e una quarantina di altri patrioti. La notizia del tradimento di Francesco IV non giunse in tempo nelle altre città: Bologna, Parma e altri centri dello Stato Pontifìcio insorsero. Ma dopo un primo successo (la rivoluzione si propagò nelle Marche, nell'Umbria e presso Roma), i patrioti furono dispersi dagli Austriaci (26 marzo). Ciro Menotti, l'organizzatore della rivolta, venne impiccato.

ENTRA IN AZIONE LA « GIOVINE ITALIA »
Tutti ì moti rivoluzionari che scoppiarono dal 1831 in poi furono organizzati dalla «Giovine Italia », una nuova società segreta fondata a Marsiglia da Giuseppe Mazzini, il primo moto rivoluzionario della « Giovine Italia » venne organizzato a Genova nel 1833. Lo scopo fu quello di indurre Carlo Alberto (salito al trono di Sardegna nel 1831) a concedere la Costituzione e a dichiarare guerra all'Austria. Ma l'insurrezione fallì prima ancora di scoppiare: la polizia sarda venne a conoscenza del piano. Jacopo Ruffini, il capo dei rivoluzionari, si uccise in carcere per timore di tradire i compagni.

VIENE TANTATA L'INVASIONE DELLA SAVOIA
il fallimento deLl'insurrezione di Genova non scoraggiò affatto i patrioti iscritti alLa Giovine Italia. L'anno dopo infatti essi misero in atto un nuovo e più vasto piano rivoluzionario: decisero di invadere la Savoia e di far scoppiare contemporaneamente un'insurrezione in Liguria e in Piemonte, per rovesciare ii governo di Carlo Alberto. Al moto rivoluzionario prese parte Giuseppe Garibaldi, allora ventisettenne e da poco iscritto alla «Giovine Italia». Ma le grandi speranze dei patrioti rimasero deluse ancora una volta: le truppe di Carlo Alberto riuscirono a disperdere i rivoluzionari (febbraio 1834). Seguirono nuove condanne: Mazzini e Garibaldi, condannati a morte, riuscirono a salvarsi rifugiandosi all'estero. Ugualmente sfortunate furono le insurrezioni scoppiate in Romagna (1843) e a Cosenza (1844). Tra le «vittime di quest'ultima vi furono i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, due ufficiali della marina austriaca che avevano disertato per porsi al servizio della « Giovine Italia ».
I due valorosi patrioti furono fucilati nel vallone di Rovìto (presso Cosenza), il 25 luglio 1844.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014