medicina in Roma antica

 

QUANDO qualcuno di casa si ammalava, nei tempi dell'antica Roma, tutta la famiglia si metteva in faccende; non per chiamare il medico, ma per preparare medicamenti. Chi raccoglieva o andava a comperare erbe, chi faceva impiastri, tisane o decotti. Se il malato non guariva, ci si decideva a chiamare il medico che indicava la cura: erbe, impiastri e decotti. Intanto si sperava in... Giove. Le erbe, si sa, sono state nell'antichità le medicine degli uomini; anche i Romani ne fecero un largo uso. La regina delle piante medicinali era per loro il laserpizio, una specie di toccasana che entrava in tutte le composizioni medicamentose. Era soprattutto un forte digestivo, che si rendeva particolarmente utile dopo i lauti pranzi consumati sui triclini: una specie di fernet antico insomma. Per alleviare il dolore dei denti usavano la polpa di zucca con assenzio e sale, o il succo lattiginoso ricavato dallo stelo della senapa. Nel regno vegetale, e spesso anche in quello animale, i Romani cercavano dunque i rimedi per tutti i loro malanni. Alle erbe si chiedeva anche aiuto per soddisfare la vanità. Col cumino sì dava alla faccia un colorito pallido e interessante; col seme di lino le donne correggevano i difetti della loro pelle. Esistevano poi complicati intrugli che dovevano riparare ad uno dei più gravi dispiaceri degli anziani romani: la caduta deit capelli.
Una di queste lozioni consisteva in un miscuglio di zafferano, vino, pepe, aceto, il solito laserpizio e sterco di topo. Ma sembra che anche allora non si trovasse un vero, efficace rimedio a tale disgrazia. Si racconta infatti che Giulio Cesare, seccatissìmo della sua pelata, fosse solito portare sempre la corona che si era meritata per le sue imprese militari.

I GRANDI MEDICI DI ROMA
Per tutto il periodo repubblicano la medicina in Roma fu un'arte, diciamo così, casalinga. Essa era tutt'al più esercitata, come secondo mestiere, da semplici barbieri, ciabattini e panettieri. Solo con l'inizio dell'impero si ebbero veri e propri medici e furono dapprima greci.
In Roma vi erano medici privati e medici pubblici : questi esercitavano la loro arte sotto il controllo dello
Stato; essi prestavano la loro opera nell'esercito, nelle scuole dei gladiatori, nelle corporazioni artigiane ecc. Uno dei più grandi medici romani fu Claudio Galeno, che visse a Roma nel II secolo dopo Cristo. Galeno era greco di origine, ma cominciò ad esercitare la medicina a Roma. Egli venne dapprima nominato chirurgo in una scuola di gladiatori e qui potè farsi una ricca esperienza curando le ferite dei lottatori. Galeno fece molte importanti scoperte. Seguendo in parte gli insegnamenti del grande scienziato greco Ippocrate, il fondatore della medicina antica, dimostrò che nelle arterie scorre sangue e non aria come fino allora si era creduto; inoltre provò che il sangue viene spinto in questi vasi dal cuore, che funziona perciò come una pompa. Galeno scrisse un importante trattato intitolato Arte medica. Nel I secolo visse in Roma un altro grande scrittore di medicina, Cornelio Celso. Di questo studioso romano ci è pervenuto un testo sulla medicina che costituisce una delle più complete e chiare opere dell'antichità sull'argomento.

UNA BUONA TECNICA CHIRURGICA
Così Celso elenca le doti di un buon chirurgo: Egli deve essere giovane o per lo meno poco avanzato negli anni; deve avere mano ferma, mai tremante; deve essere abile con la sinistra quanto con la destra, fornito di vista acuta e animo coraggioso; deve essere privo di compassione per quel tanto che lo metta in grado di non lasciarsi impressionare dalle grida del paziente, quando questi lo inciti ad affrettarsi o a tagliare meno profondamente del necessario. Leggendo queste parole non possiamo fare a meno di pensare con raccapriccio ai disgraziati malati sottoposti a operazioni chirurgiche in quel tempo; gli unici anestetici erano il succo di mandragora e l'atropina. La chirurgia era comunque molto più progredita della medicina; dagli scavi di Pompei infatti sono venuti alla luce moltissimi strumenti chirurgici che rivelano una tecnica avanzata. È logico che il popolo romano, spesso dedito alle armi, si interessasse alla chirurgia piuttosto che alla medicina. I chirurghi romani, come ci descrive Celso, sapevano togliere le tonsille, operavano la cataratta agli occhi e intervenivano chirurgicamente nel caso di ernie strozzate. Nel libro di Celso troviamo ancora precise e particolareggiate norme da seguire nell'estrazione delle armi dalle ferite. Per un popolo che andava spesso in guerra erano norme di particolare importanza. Sappiamo che gli eserciti avevano in dotazione un abbondante materiale di fasciatura, di cui era fornito anche ogni singolo soldato; e ad ogni, soldato si insegnava l'arte dei bendaggi. Nella colonna traiana è raffigurato il modo in cui venivano bendati i feriti sul campo di battaglia.

I PRIMI OSPEDALI
Né la medicina né la chirurgia fecero in Roma particolari progressi. Molto progredita era invece la protesi dentaria. Roma curò anche notevolmente l'organizzazione dei servizi sanitari: già nel 450 a.C. il Senato romano emanava un editto con cui vietava che si seppellissero i morti entro le mura ; con un altro editto ordinava che si provvedesse alla pulizia delle strade e al rifornimento dell'acqua. Basti pensare al numero e alla grandiosità degli acquedotti romani, che erano in grado di fornire alla città più di un miliardo di litri d'acqua potabile al giorno. I Romani crearono i primi ospedali, dove erano ospitati e curati i malati poveri. Queste istituzioni ospedaliere si svilupparono per merito dell'esercito, che erigeva grandi ospedali militari.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014