feste familiari romane

 

« UBI TU GAIUS, ego Gaia » ( dove tu Gaio, io Gaia ) era la formula che suggellava il matrimonio presso gli antichi Romani.
Questa frase, corrispondente al nostro sì, veniva pronunciata dalla sposa ed ha un significato bellissimo; con quei nomi simbolici si voleva infatti dire: « Come tu sei, anche io sarò ».
« Feliciter! Talassio! Talassio! » gridavano intanto, intorno, i parenti e gli amici: erano grida di festa, il cui significato, in parte, ci è ignoto. Queste due brevi notizie bastano a farci comprendere che i Romani davano al matrimonio un'importanza e un significato pari a quelli che noi stessi gli diamo; le parole pronunciate dalla sposa ci dicono, infatti, che anch'essi consideravano il matrimonio come la reciproca promessa, fra un uomo e una donna, di essere buoni compagni nella vita, « nella sorte buona e in quella avversa » (sono, queste, parole della Bibbia); i festeggiamenti e le grida di augurio ci dicono che anche per essi il giorno delle nozze era un giorno di letizia e di buone speranze. Ma vediamo come si svolgeva tutta la cerimonia nuziale: cercheremo di ricostruirla servendoci delle descrizioni che ne hanno fatto alcuni scrittori latini, come Catullo, Ovidio, Plinio, Plutarco e Giovenale.

UN MATRIMONIO NELL'ANTICA ROMA
Allora come oggi il matrimonio era preceduto dal fidanzamento; a scambiarsi la promessa erano i parenti dei due giovani, e si usava la formula : « Spondesne? » « Spondeo ! » ( prometti? prometto! ). Il fidanzato donava alla fidanzata un anello ...di ferro e ...una somma di denaro. Poi si trattava di scegliere il giorno delle nozze, ed era un'ardua impresa perché il calendario romano era un labirinto di giorni e di mesi considerati di cattivo augurio, ed i Romani erano gente superstiziosissima. Guai, ad esempio, sposare alle Calende, o alle Idi, o alle None, o in certe solennità; disgraziatissimi erano tutto il mese di maggio e la prima metà di giugno. Giunto il giorno prescelto, la sposa indossava una tunica candida e un mantello colorato. I suoi capelli venivano acconciati in un modo speciale e legati con nastri; sul capo le veniva posto un velo color rosso acceso che scendeva a coprirle la metà del viso. Per tutta la giornata la sposa restava affidata alla «pronuba», una donna sposata, che le faceva da madrina.
All'alba giungevano lo sposo e i dieci testimoni. Per prima cosa si celebrava un sacrificio, per ottenere il favore degli dei sulla nuova famiglia, poi si sottoscriveva il contratto nuziale. Veniva poi il momento più solenne della cerimonia: la pronuba prendeva le destre degli sposi e le univa, ponendole una sull'altra: questo bel gesto simbolico è stato conservato anche nella celebrazione del matrimonio cristiano.
Concluse così le cerimonie, si dava inizio al banchetto che si protraeva fino al tramonto; allora si formava un corteo, per accompagnare la sposa alla sua nuova casa; il corteo era preceduto da suonatori di flauto e da ragazzi che agitavano delle torce. La sposa camminava portando il fuso e la conocchia, simboli del lavoro domestico a cui si sarebbe dedicata da quel giorno. Lo sposo, invece, gettava ai ragazzi che accorrevano al passaggio del corteo delle manciate di noci. Non si gettano anche oggi, durante i matrimoni paesani, manciate di confetti? Poiché, con le noci, i ragazzi romani giocavano, quei lanci significavano che egli ormai rinunciava per sempre ai giochi di ragazzo; per non essere da meno, anche la sposa, il giorno precedente, aveva portato in un tempio i suoi vecchi giocattoli. Ecco, il corteo giunge alla casa degli sposi; la porta è ornata con fronde e bende di lana. Il marito, dalla soglia, chiede alla sposa chi ella sia, ed è qui che la sposa risponde: « Dove tu sei Gaio, io sarò Gaia ». È giunto finalmente il momento che ella entri nella sua nuova casa: ma se, nel varcare la soglia, incespicasse e cadesse? Un simile incidente, proprio al primo giorno, sarebbe di pessimo augurio; e perché ciò non possa assolutamente succedere, i presenti sollevano di peso la sposa e, così sollevata, la portano fin dentro la casa!

LA NASCITA
Quando in una famiglia romana nasceva un figlio, il piccino veniva presentato al padre, perché quésti dicesse se intendeva riconoscerlo come suo. Il padre allora lo prendeva fra le braccia e lo teneva ritto. Così il neonato entrava a far parte della famiglia. Si attendeva otto giorni per dare il nome alle femmine, nove per dar nome ai maschi. Quel giorno si appendeva al collo del bambino la « bulla », un medaglione contenente qualche amuleto; la bulla veniva portata dai maschi fino ai 17 anni, dalle femmine fino al matrimonio. Ma poteva anche accadere che il padre non accettasse come suo il bambino nato nella sua casa: vi era, ad esempio, la triste consuetudine di rifiutare tutti i bambini troppo gracili o deformi. I poveri piccini, allora, venivano esposti, ossia abbandonati in un luogo pubblico (generalmente al mercato delle erbe, presso una colonna). Là, spesso, morivano di fame e di freddo; ma poteva anche accadere che qualche persona compassionevole li raccogliesse, per portarli nella sua casa e allevarli.

CITTADINO ROMANO
A diciassette anni, il 17 marzo, il fanciullo diveniva finalmente cittadino romano.

UNA DATA IMPORTANTE
Noi sappiamo che Cesare Ottaviano Augusto si tagliò la barba, per la prima volta, a ventiquattro anni d'età, nel settembre del 39 avanti Cristo, che Marcello se la rasò nel 25 avanti Cristo, e che Caligola e Nerone se la rasarono per la prima volta il giorno stesso in cui deposero la bulla. E si tratta di persone vissute venti secoli fa! Non potremmo essere così ben informati sulla prima rasatura di Washington o di Napoleone o di Garibaldi, che ci hanno lasciati da uno o due secoli appena.
Ma per il cittadino romano, quella del giorno in cui per la prima volta si era tagliato la barba era una delle date più importanti della vita; e quando si trattava della barba di un personaggio famoso gli storici ne prendevano accuratamente nota. La peluria tagliata veniva poi conservata in qualche vasetto, consacrata agli dei e tenuta fra le cose più care.
Il solito ambiziosissimo Nerone conservava la sua prima lanugo nientemento che in una pisside d'oro consacrata a Giove Capitolino: ma si capisce, era barba di imperatore!

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014