L'esercito romano

 

SI PUÒ DIRE che l'esercito romano sia nato con Roma: infatti i fondatori della città ebbero immediatamente la necessità di armarsi per difendersi delle popolazioni latine confinanti. E se, lungo i secoli, i Romani poterono riuscire vittoriosi contro tanti popoli, anche militarmente potenti, lo dovettero alla loro superiorità in fatto di armamento e di organizzazione bellica.
A Roma, ogni cittadino doveva prestare servizio nell'esercito a proprie spese. Da tale obbligo erano quindi esclusi i poverissimi; ma, in caso di estremo bisogno, essi venivano armati a spese dello Stato. I cittadini tra i 17 e i 45 anni, chiamati juniores (= giovani), formavano l'esercito attivo, quelli dai 46 ai 60, detti seniores (= anziani), costituivano una specie di milizia territoriale, usata soltanto nelle retrovie. Appena entrato a far parte dell'esercito, ciascun cittadino doveva prestare un giuramento, che consisteva in queste parole: « Ubbidirò i miei superiori ed eseguirò tutti i loro ordini per quanto mi sarà possibile ».
Nessuno dei cittadini di Roma poteva aspirare ad una carica pubblica se non prestava servizio nell'esercito per almeno 10 anni. Durante la monarchia e per tutto il periodo della repubblica, l'esercito venne arruolato soltanto in tempo di guerra, ma al tempo dell'Impero una parte di esso rimaneva mobilitata anche in tempo di pace.
L'istruzione militare avveniva nel Campo di Marte, posto sulla riva sinistra del Tevere. Le reclute, venivano esercitate nel lancio del giavellotto, nel maneggiare lo scudo, nella lotta, nelle marce nel salto, e nel nuoto. Ogni recluta piantava un palo nel campo e poi, con la spada, si esercitava contro di esso, legionario romanocome fosse un nemico.
Per dare prova di grande resistenza alle fatiche, i giovani si addestravano con armi più pesanti di quelle che venivano usate in guerra. Per far sì che ogni giovane si sentisse spronato a mostrare al massimo il suo valore personale, si permetteva ai cittadini di assistere all'istruzione delle recluta e di applaudire ai più forti e ai più arditi. Preparati i singoli soldati, si passava agli esercizi collettivi: essi consistevano soprattutto in lunghe marce con tutto il carico di guerra addosso e nel rapido passaggio dall'ordine di marcia a quello di battaglia.

LA LEGIONE
L'esercito romano era suddiviso in legioni. Nei primi anni della monarchia, esso era formato da una sola legione di 3 000 fanti e 300 cavalieri. Poi, man mano che lo Stato romano s'ingrandiva, si presentava la necessità di ingrossare l'esercito: si cominciò a portare a due il numero delle legioni, schierando in ciascuna di esse 4 200 soldati. Al tempo delle guerre contro i Sanniti (circa 300 avanti Cristo), le legioni furono portate a quattro. Il numero di soldati in una legione non era fisso ed era condizionato dall'importanza della guerra. Durante la seconda guerra punica, la legione contava ancora 4.200 soldati, nel periodo di Cesare ne comprese fino a 6 000. Durante l'Impero, le legioni, di 5000 e 6000 soldati ciascuna, furono portate sino a 33. A ciascuna legione di fanti veniva aggiunta la cavalleria: dapprima di 300 e in seguito di 900 e più cavalieri. Quando l'esercito divenne molto numeroso, si vide la necessità di dividere ciascuna legione in tanti gruppi, allo scopo di farli combattere separatamente. E così ogni legione venne ripartita in 10 coorti, 30 manipoli e, a sua volta, ogni manipolo fu diviso in due centurie. Nelle battaglie, le legioni venivano schierate su 3 linee. In prima linea si trovavano gli astati, in seconda i principi e in terza i triari.
Gli astati, detti così perché usavano in combattimento lunghe aste, erano i soldati più giovani. I principi (dal latino principes = i primi), così chiamati perché anticamente stavano in prima fila, erano soldati di età più matura. I triari (dal latino tres = tre), cioè soldati di terza fila, erano tutti veterani, cioè con lunga esperienza militare. Questi soldati formavano la legione regolare. Ad essa veniva però affiancato un corpo di 1200 soldati, chiamati veliti (dal latino veloces veloci), che avevano armi leggere per poter essere liberi più nei movimenti. Essi avevano il compito di iniziare a combattere e, durante la battaglia, andavano ovunque servisse il loro intervento.

IL COMBATTIMENTO
I primi a ingaggiare battaglia erano i veliti: essi provocavano il nemico lanciando pietre e giavellotti. Quando entravano in azione i veliti, i tre ordini di legionari non si muovevano. In attesa dell'ordine di attacco, gli astati e i principi stavano in piedi, i triari, invece, appoggiando un ginocchio a terra, si coprivano interamente con lo scudo. I primi ad attaccare erano gli astati: se però non riuscivano a respingere il nemico, si ritiravano indietro e lasciavano il posto ai principi. Se anche questi venivano respinti dal nemico, si facevano avanti i triari, mentre però i principi e astati si riordinavano per riportarsi nuovamente in linea. Quando il nemico batteva in ritirata, i veliti e i cavalieri avevano l'incarico di inseguirlo. Insomma, la legione era sistemata in modo da poter fare un grandissimo numero di manovre in brevissimo tempo. Fu soprattutto questo geniale sistema di combattimento che fece dell'esercito romano la più potente forza militare dell'antichità.

LE ARMI DEI LEGIONARI
Poiché erano sottoposti ad un continuo addestramento, i soldati romani sapevano maneggiare le armi con agilità davvero sorprendente. Le armi offensive dei legionari erano: il « gladius », una spada a doppio raglio, lunga mezzo metro e piuttosto larga che i soldati portavano sul fianco destro, perché, nell'atto di toglierla dal fodero, non impedisse il braccio sinistro sul quale era portato lo scudo;
il « pilum », un'asta di legno sottile e leggera, lunga un metro e mezzo, che si poteva lanciare a distanza di 20 o 25 metri. La punta di quest'arma era munita di due uncini, perché potesse conficcarsi più facilmente nello scudo del nemico.
I veliti, che costituivano la cosiddetta fanteria leggera, usavano invece l'arco, la fionda e il giavellotto. Quest'ultimo, aveva un'asta molto più corta del pilum e la punta di ferro asso acuminata.
I cavalieri erano armati di spada e di lancia.
Durante il combattimento, i soldati erano difesi dall'elmo, dalla corazza, dallo scudo e dagli schinieri. Di solito l'elmo era di pelle, rafforzato con lamine di metallo. Dapprima la corazza fu di cuoio, in seguito fu fatta con lastre di rame o di ferro, disposte come le squame dei pesci. Lo scudo, alto metri 1,40 e largo centimetri 90, era di legno e ricoperto di pelle di bue. Nel centro vi era una piastra di metallo, che aveva la funzione di deviare le aste nemiche. Prima di tale scudo, i soldati romani ne usarono uno di rame, più piccolo e rotondo. Gli schinieri (dal germanico « skina », stinco) erano solitamente di bronzo e difendevano le gambe e gli stinchi.
Per moltissimo tempo le insegne dell'esercito romano furono o figure di animali o una mano tesa. Verso l'80 avanti Cristo, le legioni ebbero come insegna un'aquila, che poteva essere d'oro, d'argento o di bronzo. Essa era posta in cima a una lunga asta. Lungo le aste delle insegne venivano appese le decorazioni che ciascuna legione si era guadagnate: corone, medaglie, scudi. L'insegna era portata da un alfiere, chiamato aquilifer (= portatore dell'aquila). Durante la battaglia, l'alfiere si collocava accanto ai triari e doveva difendere l'insegna a ogni costo, perché lasciarla cadere in mano al nemico era un disonore. Nel periodo della Repubblica, il comandante supremo dell'esercito era il console. Egli era aiutato nel comando da due ufficiali superiori che si chiamavano legati. Ogni legione era comandata, a turno, da sei tribuni militari. A capo della centuria stava un centurione. Poiché due centurie formavano un manipolo, al comandò di questo erano posti due centurioni.

(31) Da Domiziano a Marco Aurelio
(32) Da Marco Aurelio
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(33) Da Nerone
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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 26-02-2014