Da Nerone a Domiziano

 

« L'INCANTESIMO dell'Impero è stato sfatato; l'imperatore può essere creato altrove, fuori di Roma! ». Così, nelle sue Historiae il grande storico romano Tacito spiegava la situazione che era venuta a crearsi a Roma dopo la morte di Nerone. Vediamo di chiarire le idee : sotto Augusto e la dinastia Giulio-Claudia (da'Tiberio a Nerone) l'autorità imperiale diviene assoluta, ereditaria. L'imperatore è quasi un dio, che sceglie fra i propri discendenti il successore: l'impero è ormai una questione di famiglia. Ebbene, quando cadde Nerone e fu eletto Galba, tale tradizione si spezzò. Dopo circa un secolo, si affermò il principio che qualunque cittadino, persino di origine plebea, poteva divenire imperatore, soprattutto per opera dell'esercito. L'esercito quindi divenne l'arbitro politico della vita di Roma.

SERVIO SULPICIO GALBA
La rivolta che doveva abbattere Nerone scoppiò nel marzo del 68 dopo Cristo nell'Aquitania (Francia occidentale). Ad essa aderì il governatore della Spagna Tarraconese, Servio Sulpicio Galba, un patrizio romano. Galba, che era un governatore dei più scrupolosi e un generale severo, fu proclamato imperatore a Cartagena dalle sue truppe e dalle autorità della provincia. Egli si avviò verso Roma, vi giunse ai primi di giugno e fu eletto imperatore dal Senato il giorno 8. Nerone morì la mattina seguente. Galba venne a Roma pieno di buone intenzioni per ristabilire la disciplina, riordinare le finanze che Nerone aveva lasciate in condizioni disastrose, abolire gli sperperi. Perciò iniziò una rigorosa operazione di economie implacabili, fino all'osso. Furono chiusi teatri, anfiteatri, circhi, cessarono tutte le feste, la vita di Roma divenne grigia e spenta. Ciò provocò un vivissimo malcontento popolare; Galba commise lo sbaglio di volerlo reprimere con la violenza e fu rovesciato: la sua stessa guardia lo massacrò nel Foro, il 15 gennaio dell'anno 69.

MARCO SALVIO OTTONE
I pretoriani e il pòpolo, prima che Galba morisse, avevano acclamato imperatore un senatore incapace, ex-governatore della Lusitania: Marco Salvio Ottone. E Ottone, la sera stessa, fu proclamato imperatore in Senato. Anch'egli cominciò la sua opera pieno di buona volontà: allentò un poco le spire soffocanti in cui Galba aveva stretto i Romani, restituendo loro le feste, le distribuzioni di cibo; fece sì che la vita in Roma tornasse ad essere gaia, lieta, animata.
Ma se in Roma il popolo impazziva per lui, all'estero le cose procedevano diversamente. Ancora al tempo di Galba, dall'I al 3 gennaio 69, le legioni di guardia al Reno avevano proclamato imperatore il governatore della Bassa Germania, Aulo Vitellio. E Vitellio, spinto, forse trascinato dai suoi uomini, si fece avanti a reclamare il potere. Invase l'Italia con le sue valide legioni, appoggiate da barbari reclutati in Germania, travolse le deboli resistenze delle truppe di Ottone e avanzò verso Roma compiendo spaventose stragi e devastazioni. Ottone si uccise il 16 aprile, dopo un regno di novantacinque giorni e
Vitellio, giunto a Roma con il suo poderoso esercito, salì al trono. Viteilio non era feroce, né malvagio, ma poco intelligente e volgare già grassissimo, passava ore e ore a tavola, banchettando.
Egli commise due errori: affidò gli affari dello Stato ai suoi liberti, che ne approfittarono per fare i propri interessi; e scontentò in vari modi l'esercito, che pure lo aveva creato imperatore.
E anche per lui scoppiò la bufera: le truppe della Giudea insorsero, e proclamarono imperatore il loro generalissimo, Tìto Flavio Vespasiano.

DA VITELLIO A VESPASIANO
Vespasiano ebbe la proclamazione l'I luglio 69; e subito al Nord, un suo generale, Antonio Primo, scese fulmineamente fino a Verona. L'esercito di Vitellìo, mal preparato e mal diretto, si era accampato a Cremona.
La notte tra il 27 e il 28 ottobre avvenne il grande scontro, che fu uno spaventoso macello, una delle battaglie più sanguinose dell'antichità: l'esercito di Vìtellio fu letteralmente annientato. Le truppe di Antonio marciarono su Roma e conquistarono la città dopo, una lunga, atroce battaglia. Vitellio fu ucciso e buttato nel Tevere (21 dicembre del 69). Vespasiano, a cui spiaceva abbandonare la Giudea, inviò a Roma con pieni poteri il suo legato governatore della Siria, Licinio Mudano, che riassestò la situazione.

vespasianoUN GRANDE IMPERATORE
E finalmente, nell'ottobre del 70, Vespasiano, l'imperatore atteso, sbarcò a Capo d'Otranto. A Roma l'accoglienza fu trionfale, ma egli fece interrompere le feste: era ora, disse, di rimettersi al lavoro. Finalmente saliva al trono un uomo di buon senso! Vespasiano era nato in un villaggio dèlia Sabina vicino a Rieti, da gente contadina. Era quindi il primo imperatore di origine plebea. Quando salì al trono aveva sessant'annì, ma era nel pieno delle sue energie e si mise subito al lavoro.

L'OPERA DI VESPASIANO
In nove anni Vespasiano, il nuovo Augusto, compì il grande miracolo della ricostruzione; senza clamori, in tutta modestia. Escluse gli infidi soldati italici dall'esercito, che formò solo con soldati tratti dalle province più fidate; riuscì a pareggiare il bilancio, tassando tutte le merci, vendendo i palazzi e i possedimenti reali, instaurando una rigida economia. Fece erigere formidabili fortificazioni ai confini, e specialmente lungo il Reno. Compì a Roma grandiosi lavori pubblici, fra cui l'erezione dell'anfiteatro Flavio o Colosseo. Nel 70 diede ordine al figlio Tito rimasto in Giudea di riprendere la guerra contro gli Ebrei che si erano ribellati contro l'Impero; e Tito eseguì fin troppo hene l'ordine. Espugnò Gerusalemme dopo un durissimo assedio, che ridusse la Città Santa a un mucchio di rovine e compì uno spaventoso massacro di Ebrei.
Nel 79, mentre si trovava a Rieti, il grande Vespasiano fu colto da malore; ma fino all'ultimo momento compì il suo dovere, sbrigando affari, impartendo ordini, ricevendo deputazioni. Morì il 23 giugno del 79, dopo oltre nove anni di un regno benefico per Roma. Nella storia dell'Impero, Vespasiano ha un'importanza uguale ad Augusto, o poco meno.

TITO FLAVIO
Qualche anno prima di morire, Vespasiano aveva associato al trono il figlio Tito, il quale, specie negli ultimi anni, aveva diretto una parte sempre maggiore degli affari di Stato. Tito Flavio, quindi, salì al trono per il suo brevissimo regno. Dieci anni prima egli aveva condotto una guerra spietata; eppure fu un uomo buono, che beneficò in ogni occasione i suoi sudditi. Infatti fu chiamato « la delizia del genere umano ». Egli morì improvvisamente nel settembre dell'81, a soli 41 anni, dopo ventisette mesi di governo.

FLAVIO DOMIZIANO
Appena Tito morì, suo fratello minore Domiziano si fece proclamare imperatore dai pretoriani. Aveva un carattere autoritario, orgoglioso, violento. Egli voleva essere un dominatore assoluto, e si fece chiamare « dominus et deus », cioè padrone e dio. A onor del vero, non cominciò male. Riordinò e rese più scrupolosa l'amministrazione della giustizia, condonò molte tasse ai poveri, pretese un'ottima condotta dagli amministratori statali. Fece svolgere un programma di opere pubbliche fra i più imponenti in Roma antica. Amministrò bene l'Impero. Nell'83, dopo una campagna contro i Catti, turbolente popolazioni germaniche, fece costruire un grandioso « limes », una gigantesca linea di fortificazioni che andava da Coblenza, sul medio Reno, fino a Ratisbona, sul medio Danubio. Questa grande opera garantì per oltre duecento anni all'Impero il possesso delle province al di qua del Reno e del Danubio. Nell'inverno dell'88 vi fu una insurrezione di quattro legioni, agli ordini di un luogotenente, Lucio Antonio Saturnino, Domiziano domò l'insurrezione, ma si lasciò trascinare dal suo carattere violento e autoritario. Incrudelì, si fece torvo e sospettoso; instaurò a Roma una tirannide feroce che suscitò attorno a lui un odio generale. Tutto ciò era aggravato dalle tasse feroci che erano state imposte per finanziare le guerre.
Sulla fine dell'estate del 96 fu organizzata una congiura, a cui parteciparono i familiari stessi dell'imperatore. Domiziano fu ucciso a pugnalate il 18 settembre del 96, a quarantacinque anni di età. Con lui si spegneva la casa dei Flavi.

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(32) Da Marco Aurelio
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(34) Dalla repubblica all'impero
 
 
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 26-02-2014