Comuni in Italia lotte per la libertà

 

NEL SECOLO XII i Comuni italiani erano diventati così potenti che assomigliavano a piccoli Stati indipendenti. Senza l'intervento di alcuna autorità superiore, essi eleggevano i magistrati, stabilivano le leggi, amministravano la giustizia e coniavano monete. Scacciarono anche molti feudatari e presero loro possedimenti; e costoro avevano spesso i propri castelli sulle importanti vie di comunicazione, e richiedevano il pagamento di dazi per poter passare sui loro territori con della merce; i Comuni che, per la loro industria, importavano ed esportavano un enorme quantità di merci, preferirono sbarazzarsi dei feudatari con la guerra. Inoltre essi erano spesso in guerra fra di loro; così, ad esempio, il Comune di Milano assoggettò quelli di Como e di Lodi. Ma non bisogna dimenticare che padrone assoluto di tutte le regioni d'Italia ove sorgevano i Comuni era, a quei tempi, l'Imperatore di Germania. E proprio in quegli anni divenne imperatore un uomo dotato di grande ambizione, energia ed ingegno: Federico I di Svevia, noto col soprannome di Barbarossa. Egli pensò di restaurare il Sacro Romano Impero. Nei primi due anni del suo regno sistemò le rivalità fra i principi di Germania, poi rivolse la sua attenzione all'Italia.
Egli annunciò chiaro e tondo che intendeva, esercitare appieno la propria autorità imperiale anche sui territori d'Italia, che i suoi predecessori, tutti presi dalle faccende di Germania, avevano un poco trascurato. I Comuni italiani, dunque, stessero in guardia: egli aveva nominato i feudatari e voleva che fossero rispettati, a lui solo spettava il diritto di scegliere i podestà per il governo dei Comuni stessi. Non solo, ma i Comuni, da allora, avrebbero dovuto corrispondergli quelle regalie che gli erano dovute: diritti sulle miniere, sui frutti della pesca, rifornimenti per il suo esercito quando fosse di transito in Italia. Per sostenere questi suoi diritti, Federico I scese ben due volte in Italia ed ogni volta qualche città ribelle veniva assediata e data alle fiamme; ma, qualche anno dopo la sua partenza, le città italiane tornavano più potenti ed indipendenti di prima.

LA DISTRUZIONE DI MILANO
I consoli di Milano attraversarono il campo e si presentarono all'Imperatore; con una piccola cerimonia gli consegnarono le spade e offrirono la resa della città. Ma l'Imperatore non accettò questa loro offerta: Voglio, disse, che vengano davanti a me per chiedermi perdono i 300 Cavalieri più forti della città.
Fu obbedito, ma poi pretese ancora che tutto il popolo di Milano vestito a penitenza, si inginocchiasse davanti a lui.
Dopo 4 giorni tutta la popolazione di Milano giunse a piedi nudi nel fango, davanti alla tenda che ospita l'Imperatore. I 36 stendardi della città furono deposti davanti alla sua tenda. Mastro Guitelmo, gli consegnò le chiavi della città. Ma Federico I di Svevia non disse parola e il popolo di Milano ritornò alle proprie abitazioni senza ancora conoscere quale sorte gli fosse serbata.
Vennero, dopo alcuni giorni, gli inviati dell'Imperatore e lesserò alla popolazione impaurita un proclama: la volontà dell'Imperatore è questa: La città verrà rasa al suolo; la popolazione aveva 8 giorni per lasciare Milano; gli stessi Milanesi dovevano preparare un varco nelle mura perché l'imperatore potesse entrare con il suo esercito in città. Nei giorni seguenti dalle porte uscirono migliaia di profughi che si attendarono nella campagna attorno alla città. Il giorno prestabilito, l'imperatore entrò nella città deserta con il suo esercito e la città fu distrutta. Furono abbattute le mura, crollarono le case e le 300 torri di Milano. Era la Domenica delle Palme del 1162.

LA LEGA LOMBARDA
Ma il popolo milanese non si lasciò abbattere dalla sventura. Con il lavoro e con sacrifici in poco tempo Milano risorse e mettendosi a capo di molti altri Comuni preparò una formidabile alleanza. Sotto le insegne della Lega Lombarda, un folto gruppo di città italiane si unì nella lotta contro un comune nemico, uno straniero.
Molti e molti anni sarebbero dovuti trascorrere ancora prima che di nuovo si verificasse un così importante avvenimento. 1176. L'Imperatore Federico scende di nuovo in Italia. Passa per il passo del Moncenisio ed assedia Alessandria, città fortificata aderente alla Lega. Dopo 6 mesi di vani tentativi egli si sposta a Como.
Qui voleva portarsi a Pavia per riunuirsi con l'esercito della città, che è sua alleata. Ed allora si fa avanti, a chiudergli il cammino, l'esercito della Lega. Lo scontro avviene il 29 maggio dell'anno 1176 nella pianura a ovest di Milano, tra il Ticino e l'Olona, nelle vicinanze della città di Legnano. L'esercito della lega è composto in per la maggior parte da Milanesi divisi in 6 schiere, una per ogniuna delle porte della città; ogni è guidata da un capitano e ha il proprio vessillo. C'è poi la Compagnia della Morte formata da 900 Cavalieri i quali giurarono di morire combattendo piuttosto che fuggire; essi erano guidati da: Alberto da Giussano. Altri 300 giovani, delle più nobili famiglie milanesi, sono a guardia del Carroccio. Ai Milanesi si uniscono 200 Novaresi e Vercellesi, 200 Piacentini, 50 Lodigiani e le Cavallerie di Brescia. di Verona e di Treviso.
la battaglia di legnano
COME AVVENNE LA BATTAGLIA DI LEGNANO
Settecento Cavalieri della Lega Lombarda esplorano il terreno, scontrandosi con 300 Cavalieri dell'avanguardia tedesca. È il primo scontro.
Successivamente sopraggiunge il grosso dell'esercito tedesco, guidato dallo stesso Imperatore Barbarossa. I Cavalieri della Lega ripiegano verso il loro campo.
Lo scontro fra i due eserciti è imminente. I Lombardi, vedendo avvicinarsi il momento decisivo, si mettono in ginocchio e invocano ad alta voce l'aiuto del loro Sant'Ambrogio. Poi, decisi a vendicare la distruzione della città, si gettano contro il nemico.
L'ala sinistra dell'esercito della Lega, schierata lungo il Ticino, non regge all'impeto dei Tedeschi e comincia a ritirarsi disperdendosi per la campagna. Ciò torna a vantaggio degli Italiani, perché molti soldati imperiali si buttano all'inseguimento, allontanandosi dal campo di battaglia.
Il Barbarossa rimane con pochi uomini di fronte al grosso dell'esercito lombardo. Allora, alla testa dei suoi, si scaglia verso il Carroccio; egli stesso, si butta nella mischia per combatte. Egli, il grande e terribile Federico Imperatore sta per essere battuto, da quei pingui mercanti trasformati in guerrieri. Lottando riesce ad arrivare fino al Carro. Da lassù una campana inizia a suonare ed ecco allora avventarsi nella mischia i 900 Cavalieri di Alberto da Giussano. Incalzati da tutte le parti i Tedeschi vengono annientati e dispersi. Cade lo stendardo imperiale, cade lo stesso Barbarossa a cui viene ucciso il cavallo. I fuggiaschi vengono inseguiti per molte miglia. L'intero accampamento nemico viene preso dai Lombardi le armi, le tende, ed il tesoro dell'Imperatore sono portati a Milano. E Federico? Perse le insegne imperiali, nascosto fra i caduti sul campo, riesce a stento a salvarsi; solo dopo qualche giorno ricompare a Pavia, dove l'Imperatrice lo attende, e credendolo morto, già veste i colori del lutto.

Dopo una tale sconfìtta il Barbarossa dovette riconoscere fallito il suo proposito di sottomettere le città italiane e adattarsi a scendere a patti con esse. Le trattative di pace furono lunghe e difficili. Si giunse ad una conclusione solo nel 1183; i trattati di pace furono firmati nella città di Costanza. Ecco le parole con cui l'Imperatore Federico Barbarossa riconobbe l'autonomia dei Comuni italiani:
L'Imperatore, dal canto suo, pretese un giuramento di fedeltà dai Comuni. Giuramento che con il passare del tempo divenne una modesta cerimonia.
Il Comune italiano usciva vittorioso dalla lotta e restava uno Stato quasi indipendente.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 26-02-2014