compagnie di ventura

 

UN GIORNO dell'anno 1382 nei pressi di Cotignola un giovane contadino di nome Muzio Attendolo stava lavorando la magra terra del suo campo. Di lontano egli udì un canto cadenzato che si faceva via via più distinto: era un canto militare. Ecco infatti apparire sulla strada vicina una brigata di soldati, armati di lance e spade; un soldato a cavallo, certo il comandante, guidava il drappello. Il giovane contadino guardò con molto interesse quegli uomini forti e gli venne subito l'idea di seguirli. Volle però affidare la sua decisione alla sorte. Aveva presso di sé un'accetta e decise di scagliarla contro una quercia: se l'accetta fosse caduta egli avrebbe continuato a fare il contadino; se invece fosse rimasta conficcata nell'albero avrebbe seguito quei soldati. Muzio Attendolo lanciò vigorosamente l'accetta e questa penetrò profondamente nel tronco, ove rimase infissa. Egli doveva dunque diventare soldato. Seguì quegli uomini e si pose al servizio del loro comandante, uno spoletino detto Scorruccio.
Passò quindi al servizio di Boldrino di Panicaglia, capo delle schiere pontificie, poi si arruolò con Alberico da Barbiano il quale gli impose il soprannome di Sforza e lo nominò comandante di 200 cavalieri.
Più tardi Muzio Attendolo Sforza, ormai valoroso e abile soldato, si mise a capo di un suo piccolo esercito e offrì i suoi servigi a vari signori, tra i quali i Visconti di Milano. Di questa città suo figlio divenne poi il signore.
Chi erano questi eserciti che combattevano ora per l'uno ora per l'altro signore italiano? Qual era la loro patria? Chi i loro comandanti?
Verso la metà del secolo XIV i liberi Comuni italiani decaddero e divennero dapprima Signorie, poi Principati. I vari principi italiani lasciarono che il popolo si occupasse soltanto del proprio lavoro, dei propri commerci e dei propri guadagni senza l'obbligo di prestare il servizio delle armi. Il popolo pagava volentieri un contributo 'pur di essere liberato da questa preoccupazione. D'altra parte i signori o i principi per provvedere alla difesa delle loro terre o per ingrandire il loro Stato avevano bisogno di un esercito. Si ricorse così agli eserciti mercenari, alle cosiddette « compagnie di ventura ». Queste erano truppe volontarie guidate da un capitano o condottiero. Il nome condottiero deriva da « condotta », che indicava la trattativa che si faceva per l'arruolamento delle milizie. Chi non aveva un mestiere o chi voleva vivere una vita avventurosa andava a fare il soldato e si presentava ad un capitano; era sicuro di guadagnarsi una piccola paga e di poter fare bottino in caso di guerra. Il capitano di ventura sceglieva gli uomini più forti, li addestrava all'uso delle armi e al combattimento e poi si presentava, ad uno dei signori degli Stati italiani contrattando un compenso in cambio dell'aiuto del suo piccolo esercito. Con questo compenso pagava i soldati; il danaro restante costituiva il suo guadagno.
I primi condottieri che si posero al servizio dei vari principi italiani furono svizzeri, francesi, tedeschi e persino inglesi. Ben presto ci furono anche degli Italiani che si diedero al mestiere delle armi. Questi eserciti mercenari, che combattevano cioè per la mercede, non avevano naturalmente nessun ideale che li spingeva a combattere, ma era solo il desiderio di guadagnare e di fare bottino che li induceva a partecipare alle guerre. Per questo le compagnie di ventura servivano chi li pagava meglio e spesso passavano da un signore all'altro se lo stipendio offerto era migliore.
Sovente il desiderio di accumulare danaro e preda li spingeva a ruberie e devastazioni nei territori attraverso i quali passavano. Sapevano però anche combattere con molta abilità e con grande valore. Alcuni condottieri si resero famosi, nelle guerre che si combattevano in Italia, per l'abilità e l'intelligenza con cui sapevano condurre le loro truppe nelle battaglie e spesse volte le compagnie di ventura italiane seppero vincere anche agguerriti eserciti stranieri.
artolomeo colleoni capitano di ventura
I PIÙ FAMOSI CAPITANI DI VENTURA
GRANDI CONDOTTIERI STRANIERI FURONO:
il tedesco Guarnieri e l'inglese Giovanni Acuto.
GRANDI CONDOTTIERI ITALIANI FURONO:
Alberico da Barbiano, Facino Cane, Braccio di Montone, Muzio Attendolo Sforza, Jacopo dal Verme, Francesco Bussone detto il Carmagnola, Bartolomeo Colleoni, Giovanni dalle Bande Nere.

COME ERANO ORGANIZZATE LE COMPAGNIE DI VENTURA
Le compagnie di ventura erano costituite di fanti e cavalieri, solo più tardi anche di artiglieri. La fanteria era composta da arcieri e da balestrieri: i primi erano armati di archi di legno con i quali lanciavano le frecce; gli altri di archi metallici, detti balestre. Le milizie a cavallo prendevano il nome di « barbute » a causa dell'elmo che portavano, oppure di « lance » dal nome dell'arma. Ogni lancia era formata da tre uomini : il cavaliere, che era il capolancia, lo scudiero e il paggio. Cinque lance formavano una « posta », cinque poste uria « bandiera ». Per ogni bandiera era stabilito un trombettiere o un suonatore di cornamusa. Vi erano poi i « marescialli », che erano addetti alla distribuzione degli alloggi. Seguivano infine la compagnia medici, cappellani, segretari, contadini, armaioli, artigiani e cuochi.

TATTICA DI COMBATTIMENTO
La tattica delle compagnie era molto semplice. Dapprima si scontravano i cavalieri a schiere separate. La cavalleria vincitrice si rovesciava poi sulla fanteria che resisteva fino a quando non veniva soccorsa dalla propria cavalleria tornata all'attacco dopo la prima disfatta. Dall'efficacia di questo aiuto dipendevano le sorti della battaglia. Così si svolgevano i combattimenti nei luoghi aperti. Quando però era possibile, i condottieri italiani preferivano chiudersi in luoghi ben protetti e spesso improvvisavano fortificazioni campali. Essi sceglievano generalmente un terreno accidentato e facevano quindi scavare un largo fossato davanti all'accampamento. Con la terra ricavata si costruivano dei rilievi che venivano poi rinforzati con palizzate. Si poneva quindi l'artiglieria leggera a difesa di queste fortificazioni.

LE ARTIGLIERIE
Tra le armi da fuoco impiegate nei combattimenti all'epoca delle compagnie di ventura cominciarono presto ad avere importanza
le artiglierie. Queste si dividevano in grosse e in minute. Le artiglierie grosse erano rappresentate da enormi bombarde,
armi pesantissime, con bocche da fuoco lunghe da cinque a sei metri. La bocca da fuoco aveva un diametro da 30 a 50 centimetri e scagliava grosse palle di pietra pesanti da 200 a 300 libbre (pari a circa 90-130 chilogrammi). Le bombarde venivano montate su affusti rudimentali ed erano trascinate da numerose paia di buoi. Le artiglierie minute comprendevano: falconetti e colubrine di calibri diversi (dai 35 ai 55 millimetri). Queste armi venivano montate su affusti muniti di ruote per poter essere trascinate dai cavalli o spostate a forza di braccia nel combattimento.

(7) Caduta
dell'impero romano
(8) Carboneria italiana
(9) La casa
di Svevia
(10) Casa romana
(11) Cibo
antichi romani
(12) Ilio la città
(13) Nascita
di Roma
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(16) Compagnie
di ventura
(17) Comuni
in europa
 
 
 
 
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