casa romana

 

UNA DELLE DOMANDE che più frequentemente si sente fare quando si parla delle case meravigliose in cui abitavano i patrizi Romani è questa: « Ma avevano anche i vetri alle finestre? ».
Ebbene, ora vedremo di toglierci questa e molte altre curiosità sull' argomento. Quanto ai vetri è meglio mettersi subito il cuore in pace: benché il vetro fosse noto ai Romani (ne impararono la tecnica in Oriente e lo usavano per fabbricare coppe e vasetti), esso non entrò mai nell'uso comune come riparo alle finestre. Solo nelle case dei più ricchi, durante il periodo dell'Impero' si faceva uso di lastre sottili di una pietra (talco), le quali erano traslucide, cioè pur non essendo trasparenti permettevano alla luce di passare. In qualche caso fu usato anche il vetro, ma le lastre erano così spesse e grossolane che non erano più trasparenti di quelle di talco. Con esse qualcuno riuscì a rendere più confortevole la camera da letto, il bagno e persino la lettiga! Ma la stragrande maggioranza dei Romani si dovette accontentare di chiudere le finestre con uno sportello di legno o un semplice telo e, di conseguenza, scegliere fra starsene al buio o battere i denti per il freddo e gli spifferi d'aria. Forse proprio per questa ragione, di finestre, nelle loro case, ne avevano ben poche; eppure la casa romana era una casa luminosa, areata e sana.

UNA PRECISAZIONE IMPORTANTE
È bene precisare subito che quella di cui ora parliamo è sì la casa tipica dei Romani, ma non è la casa di tutti i Romani. Di case di questo genere, chiamate « domus », nella stessa Roma dell'età imperiale non ce n'erano che 1800 circa; invece vi erano ben circa 46 000 caseggiati popolari (chiamati insulae), i quali erano assai simili alle attuali case ad appartamenti. Solo le famiglie più ricche, di patrizi o di grossi mercanti, potevano dunque possedere una casa con le caratteristiche di quella che ora illustreremo.
domus romana
VISITA A UNA DOMUS ROMANA
Cominciamo col vedere dall'esterno una di queste case. Facciamo subito alcune osservazioni: innanzi tutto si tratta di una casa a un piano solo; talvolta però vi è qualche locale od un porticato sopraelevati; le facciate non hanno nulla di particolarmente bello, le finestre sono poche, piccole e disposte irregolarmente. Nel complesso, vista dall'esterno, la famosa domus romana ha un aspetto piuttosto tetro. Ma ora varchiamo la soglia ed entriamo. È tutto un altro aspetto quello che ora ci appare. Un atrio grande, lussuoso e luminosissimo ci accoglie. Ma da dove viene tutta questa luce? Dal... tetto! Nel soffitto, infatti, si apre un'ampia apertura rettangolare attraverso la quale appare il cielo sereno. E quando il cielo non è sereno? Naturalmente il caso è previsto: sotto l'apertura, che si chiama compluvio c'è una vasca poco profonda, ma sufficiente a raccogliere l'acqua piovana; e questa vasca si chiama impluvio. Al due lati dell'atrio si aprono le porte di alcune stanze; in fondo, invece, c'è un vasto ambiente che non ha quasi pareti: è il tablinum al di là del quale si scorge un bel giardino circondato da un portico. Ora è estate e nel tablinum vediamo la padrona di casa che conversa con alcune amiche. Quando è inverno questo locale viene chiuso verso il giardino con un assito e verso l'atrio con le tende. Il passaggio verso il giardino avviene allora per mezzo di un corridoio laterale. Nella domus romana ogni locale ha un uso determinato: così le camere da letto sono generalmente disposte ai lati dell'atrio; la sala da pranzo, chiamata triclinio, si trova di solito di fianco al tablinum. Qualche volta ci sono dei locali anche attorno al giardino, ma più spesso esso è circondato semplicemente da un portico, magari a due piani. Questo giardino, chiamato peristilio, così raccolto, così ben protetto dagli sguardi dei vicini e dei passanti, è una delle parti più belle della casa. I padroni lo tenevano con somma cura e lo abbellivano con statuette e fontanelle. La domus, insomma, aveva aria è luce e spazi all'aperto in abbondanza, senza nulla perdere dì intimità, perché era tutta rivolta verso due spazi interni: l'atrio e il giardino.

cattedra romanaARREDI DELLA CASA ROMANA
POCHI MOBILI MA BELLI
Guardiamoci attorno, nella stanza in cui ci troviamo: quasi ad ogni parete è appoggiato un mobile; e altri ancora, come tavoli, tavolini, sedie, poltrone, riempiono lo spazio rimasto al centro.
Una parete vuota costituisce un assillo per la moderna padrona di casa, che non si da pace finché non vi ha piazzato contro un bel mobile. Le antiche matrone romane avevano tante altre preoccupazioni, ma questa no. Le pareti spoglie, le stanze semivuote erano, nella loro casa, una cosa normale. Ma l'aspetto non era quello di un luogo squallido e abbandonato. Tutt'altro; nelle case signorili le pareti dei locali più importanti venivano interamente coperte di dipinti che raffiguravano finti marmi, paesaggi campestri, giardini, colonnati, frutti, ghirlande di fiori. L'effetto era delizioso, perché i locali prendevano un aspetto ameno e sembravano più ampi. Ma, se non avevano mobili, dove collocavano tutti gli oggetti che si trovano in una casa? Chi ha avuto la possibilità di recarsi in visita a Pompei, avrà notato nelle case di quella città una quantità di nicchie, di incavature nei muri, e poi un gran numero di localini, sgabuzzini, ripostigli di cui non si comprende l'uso. Ebbene, erano proprio quelle nicchie e quei localini che sostituivano i mobili; nelle nicchie si collocavano le stoviglie, i libri, le lucerne, le statuette e tutti gli altri piccoli oggetti che ci sono in una casa; negli sgabuzzini si sistemavano i viveri, gli abiti e tutti gli altri oggetti più ingombranti. Tuttavia, qualche mobile c'era. E questi erano tali da destare tutta la nostra ammirazione. Innanzitutto ci stupisce una cosa: i mobili d'oggi sono fatti di legno e di materie plastiche; nei mobili romani, invece, il legno era un elemento fra i tanti; il bronzo, il marmo, l'avorio, la tartaruga, il corno, e anche l'argento vi entravano in gran parte. Dobbiamo proprio alla preponderante presenza di questi materiali se numerosi mobili di età romana sono giunti fino a noi. Naturalmente l'uso di tali materie pregiate faceva sì che ogni mobile divenisse un pezzo di valore artistico. Si parla ovviamente dei mobili fatti per le case dei ricchi. Negli appartamentini delle case popolari a diversi piani i pochi mobili (un letto, un tavolo, qualche sgabello) erano certamente fatti di povere assi, e di essi non è rimasta alcuna traccia.
I Romani, in fatto di tavoli, avevano molta fantasia. Ne avevano di rotondi, quadrati, semicircolari, a una gamba, a tre, a quattro. Le gambe avevano la forma di una sfinge, o di un uomo, o di una zampa di animale.
I Romani, in genere, si accontentavano, per sedersi, di semplici sgabelli.
Ma per le matrone avevano un particolare tipo di sedia, chiamate cattedra, dallo schienale alte e ricurvo. Sul sedile venivano collocati sempre dei cusciniletto triclinare romano
Il mobile più usato nelle case dei Romani antichi era il letto: letti per dormire, nelle camere; letti per riposare e conversare, nell'atrio e nell'esedra; letti per mangiare, nella sala da pranzo. I materassi, di lana o di piume, erano sostenuti da cinghie tese fra le intelaiature. Le coperte erano generalmente di color porpora. Nell'atrio delle case romane si poteva osservare una cassa, grossa e robusta, guarnita di borchie e decorazioni in bronzo: era la cassaforte di famiglia. Vi si riponevano non solo i denari ma anche gli abiti e gli oggetti più preziosi. In qualche stanza, tuttavia, c'era anche qualche armadio di legno contenente abiti, armature, libri.
Le lucerne venivano alimentate ad olio ed erano di terracotta, bronzo o argento. Si appendevano al soffitto o ad appositi sostegni.
Non c'era casa agiata, nell'antica Roma, dove non ci fossero in bella mostra eccellenti pezzi di argenteria: anfore, coppe, vasi con sottopiatto, piatti, specchi. Si amavano le forme sontuose, appariscenti, e, oltre alla qualità del lavoro, si teneva a far apparire la quantità del materiale usato. Comunque, dobbiamo proprio a questa ambizione se oggi possiamo ammirare numerosi lavori di argenteria di ottima fattura. Per non guastare la superficie lavorata, spesso questi vasi ne contenevano un secondo, una specie di fodera, che veniva tolta per essere pulita senza correre il rischio di danneggiare la decorazione.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 26-02-2014