Il popolo degli Ittiti

 


All'inizio del XX secolo non si sapeva nulla degli Ittiti se si esclude qualche testo egiziano che parlava di un impero vassallo dei faraoni e le allusioni dei testi biblici ai potenti principi ittiti residenti nel nord della Siria. Improvvisamente fu ritrovata una nuova civiltà. Nel 1906, esplorando nel cuore della Turchia la località di Bogazkòy, alcuni archeologi portarono alla luce un'intera città; furono conteggiate 10 000 tavolette d'argilla coperte di segni cuneiformi. In questa scrittura, impiegata in Oriente per due millenni, furono redatti testi di ogni tipo: alcuni erano in lingua babilonese. Si scoprì così che quell'antica città si chiamava
Khattushash e che quegli archivi appartenevano a sovrani che si proclamavano ittiti. Gli altri testi, però, erano scritti in una lingua sconosciuta. Qualche anno più tardi, nel 1915, uno studioso cecoslovacco, Hrozny, decifrò tali documenti dimostrando che erano stati scritti in una lingua indo-europea che si rivelò simile all'ittita e che fu ittitichiamata lingua luvica. Cosa si poteva concludere da tutto questo?
Dunque, gli Ittiti erano esistiti e avevano costruito una grande e potente civiltà nella regione dell'Anatolia, il cuore stesso dell'attuale Turchia. Per coloro che conoscono l'odierno paesaggio anatolico, vasta pianura steppica, secca e in estate bruciata dal sole, la nascita di una grande civiltà in questi luoghi può apparire strana ma 4000 o 5000 anni fa, con un clima forse più fresco e più umido, l'Anatolia offriva lo spettacolo di una piana coperta di pascoli e di grandi foreste; grandi fiumi, più ricchi d'acqua e più possenti di quelli di oggi, percorrevano il Paese: l'Halys (che ora è chiamato Kizilirmak) e, verso ovest, altri corsi d'acqua che raggiungevano le rive del mare Egeo. Questa pianura è circoscritta a nord dalle catene montuose che la separano dal mar Nero, a est dalle cime dell'Armenia e a sud-est dalla catena dei monti Tauri che la separa dal mondo siriano e mesopotamico. Ma, gettata come un ponte tra l'Europa e l'Asia, l'Anatolia è sempre stata una regione di transito e gli Ittiti sono stati uno dei tanti popoli arrivati fin qui con le loro migrazioni.
Otto millenni prima di Cristo, l'Anatolia e la vicina regione della Cilicia (a sud dei monti Tauri) erano popolate da gruppi umani che praticavano l'agricoltura e l'allevamento; 3500 anni prima della nostra era si sapevano produrre rame e piombo e, 1000 anni più tardi, armi e utensili in bronzo erano divenuti di uso corrente. Da dove venivano queste popolazioni che avevano costituito dei principati comandati da sovrani che abitavano in piccole città fortificate? Quali lingue parlavano? Non lo sappiamo. Con gli Ittiti comincia, all'incirca verso il 2000 a.C, un'epoca della quale noi oggi conosciamo meglio la storia e i protagonisti. La lingua ittita, come quella luvica, è una lingua indo-europea, cioè una lingua usata dai popoli apparsi nell'antico Oriente verso il 2000 a.C. dall'Anatolia fino all'India. Possiamo immaginare che questi popoli abbiano vissuto per lungo tempo nelle steppe dell'Asia centrale prima di espandersi, più con una lenta infiltrazione che con una invasione brutale, a ovest nelle regioni sulle rive del Mediterraneo e a est nella pianura iraniana e nella valle dell'Indo. Noi conosciamo gli Ittiti solo come già residenti in Anatolia, padroni del Paese, senza che si siano presi la cura, per la gioia degli studiosi odierni, di lasciare tracce scritte della loro provenienza. Forse sono venuti dai Balcani o potrebbero anche aver attraversato la catena del Caucaso o aver seguito ambedue le vie. Nel 1800-1700 a.C. erano già integrati con le popolazioni locali alle quali avevano imposto, con più o meno successo, la loro lingua.
Sappiamo che verso il 1650 la nuova potenza degli Ittiti è ormai affermata in Oriente con un grande sovrano, Khattushilish I. In questo periodo l'Oriente è teatro di una competizione continua fra cinque diversi regni o imperi: quello dei faraoni egiziani, quello dei re di Babilonia, quello dei re assiri, quello dei sovrani dello stato di Mitanni e, ora, quello degli Ittiti. Per almeno quattro secoli, queste potenze si combattono, si alleano, si disputano delle province. Da Khattushilish I al re Telipinu (1525-1500), l'impero ittita si impose ai vicini; padrone della piana anatolica, conquista la Cilicia e la Siria del Nord. Conserva il dominio delle vie che lo uniscono ai Balcani verso ovest, al Caucaso verso est, all'Eufrate verso sud-est, che servono per gli scambi commerciali e che permettono di importare lo stagno indispensabile per la fabbricazione del bronzo. Tutto il XV secolo è un periodo di recessione. Il Mitanni e l'Egitto sono al culmine della loro potenza; i popoli che circondano la pianura anatolica premono da ogni parte l'Impero Ittita che lotta per la sua sopravvivenza.
L'epoca successiva è la più gloriosa. I re ittiti, non sappiamo bene come, ristabiliscono la loro autorità su una nobiltà che li sfida. Costituiscono un forte esercito che mescola contingenti nazionali e mercenari, che mette in campo una buona fanteria e la migliore cavalleria del tempo, equipaggiata con carri da guerra trainati da due cavalli. Il più grande sovrano ittita, Shuppiluliumash, regna per 40 anni, dal 1380 al 1340: distrugge la potenza del Mitanni, conquista la valle dell'Eufrate e la Siria del Nord, annienta o sottomette tutti i popoli vicini al cuore dell'impero. I suoi successori mantengono le sue conquiste; l'avversario principale è ora l'Egitto che vorrebbe impadronirsi della Palestina e della Siria. A Qadesh, nel

1285, il re Muwatallish ferma l'esercito egiziano condotto da Ramsete II in persona; contro i barbari che minacciano l'impero a nord, costruisce una serie di fortificazioni che anticipano il sistema difensivo che Roma, ben più tardi, costruirà alle sue frontiere. Ancora qualche anno e siamo all'età d'oro dell'impero. Sotto il regno di Khattushilish III (1275-1250), l'Impero Ittita è la prima potenza dell'Oriente; trattati di alleanza vengono conclusi con l'Egitto e Ramsete II sposa una figlia di Khattushilish III; fra i grandi sovrani del tempo intercorre una fitta corrispondenza diplomatica e abbiamo la sorpresa di apprendere che la regina, moglie di Khattushilish III, partecipa alle grandi cerimonie religiose e interviene negli affari di Stato; Khattushash, la capitale, viene completamente ricostruita e sono di questo periodo le grandiose edificazioni di palazzi e di templi: il grande santuario copre più di 6 ettari e il tempio principale è un'immensa costruzione di 140 metri per 100. Di questo periodo sono anche le grandi successioni di sculture rupestri che ci permettono di intravedere il mondo ridondante degli dei ittiti; il più grande è un dio del Cielo e della Tempesta che accompagna una dea-Sole. La preoccupazione degli Ittiti di non offendere alcuna divinità fa loro riservare una buona accoglienza anche agli dei stranieri, principalmente a quelli dello stato del Mitanni, così come prendono dai Babilonesi i loro più importanti testi di tecniche divinatorie e i trattati che insegnano a praticare la magia. Devoti e scrupolosi, gli Ittiti interrogano senza posa i presagi per sapere se gli dei sono favoreonli o meno alle loro imprese.
In meno di un secolo, tutto questo crolla. Una nuova potenza, l'Assiria, diventa più pericolosa di quanto non fosse stato il Mitanni: l'Impero ittita retrocede sull'Eufrate e in Siria. Nuovi invasori, cosa ancor più grave, premono ai confini occidentali: sono popoli indo-europei venuti dai Balcani e attraverso il mar Egeo che si alleano ai piccoli regni che hanno da sempre minacciato le frontiere dell'impero; appaiono i Greci commercianti, pirati e soldati che sciamano dal mar Egeo al nord della Siria dove occupano un quartiere della città di Ugarit. I re ittiti resistono palmo a palmo fino al crollo finale: tra il 1200 e il 1150, gli Achei, che gli Egiziani chiamarono il popolo del mare, si impongono lungo le coste orientali, dal mare Egeo al delta del Nilo; respinti sulla pianura anatolica, privati dei loro approvigionamenti di stagno, gli Ittiti sono alla fine sommersi dai loro avversari di sempre: i popoli barbari venuti dal nord e dall'ovest. Khattushash è distrutta: le sue rovine ricompariranno solo 3000 anni dopo sotto il piccone degli archeologi. Sembra che la partita sia chiusa. C'è però un epilogo singolare che possiamo considerare come la fine della storia. L'impero ittita in Anatolia non esiste più ma gli Ittiti sopravvivranno altrove, nella Siria del Nord, in Cilicia, dove dopo la catastrofe si formano dei piccoli regni che resisteranno ai nuovi invasori venuti dalle steppe della Siria, gli Aramei, e terranno testa ai conquistatori assiri che riusciranno a sottometterli definitivamente solo nel 709 a.C. In questi piccoli regni si parla la lingua luvica e si scrive usando una scrittura a caratteri geroglifici; vi sopravvivono i grandi dei del pantheon ittita, il dio del Cielo e della Tempesta, Teshup, e la dea della fecondità e della prosperità, Hepat, il cui culto passò nelle civiltà successive con il nome di Cibele. Numerose sono anche le testimonianze artistiche lasciate dagli Ittiti: resti di città circondate da poderose mura, santuari, palazzi, tutti riccamente decorati di bassorilievi e statue che risentono degli influssi dell'arte mesopotamica ma anche di quella egiziana.
LE CITTÀ ITTITE
Le città ittite si arricchirono rapidamente, grazie ad un attivo commercio ed alle tasse imposte ai mercanti. Karkemish, una delle città più importanti, si ingrandì in più riprese; sono state ritrovate le fondamenta di tre successive cinte murarie. Costruita su di uno sperone roccioso che domina l'Eufrate, permette di immaginare come erano le altre città ittite difese da una serie di mura di mattoni costruite su fondamenta di pietra. Delle torri, larghe tre metri, rinforzavano le mura. Non vi erano che rare aperture chiuse da porte monumentali. Khattushash, la capitale, era circondata da una cinta ovale e aveva l'aspetto di una fortezza.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014