Il popolo degli Incas

 


PANAMA 1511. Alcuni Spagnoli stanno barattando con indigeni oggetti vari di scarso valore in cambio di pepite d'oro. Uno degli indigeni esclama: « Se amate tanto questa cosa che per essa avete lasciata la patria lontana e rischiate la vita, io posso indicare un paese dove la gente mangia in piatti d'oro e beve in coppe d'oro, e dove l'oro è frequente come da voi il ferro ». Questa fu una delle prime notizie che giunsero agli Spagnoli intorno alla ricchezza di quella favolosa terra detta Birù, cioè l'odierno Perù. Da esse ebbe origine l'incredibile e crudele conquista del vasto Impero Inca da parte di pochi uomini decisi a tutto. Nel 1531 tre navi spagnole partono da Panama al comando del capitano Francesco Pizarro; trasportano duecento uomini e ventisette cavalli. Certamente solo un coraggio disumano, un disprezzo delle sofferenze, possono guidare questi uomini contro l'Impero degli Incas. I confini di quello Stato erano segnati da catene di montagne quasi insuperabili, difese da migliaia di soldati addestrati e forti; ogni città dell'impero era collegata alla capitale, Cuzco, con un sistema perfetto di strade; nei punti più esposti esistevano fortificazioni formidabili.
Per convincere i suoi uomini a seguirlo, Pizarro descrisse ricchezze ancor più grandi di quelle che egli stesso aveva sognato; eppure le sue descrizioni risultarono addirittura ridicole di fronte a quella che fu più tardi la realtà.

CHI SONO GLI INCAS
Verso l'XI secolo dopo Cristo, una popolazione di Indi Quechua giunse dal Perù settentrionale e si stanziò verso il sud dove fondò la capitale del proprio Stato, Cuzco. A poco alla volta questo popolo estese il suo dominio su altre tribù sino ad occupare al maggior parte dei territori degli attuali Stati dell'Ecuador, Perù, Bolivia e Cile del nord. L'imperatore di questo popolo indio veniva chiamato Inca, nome che significa appunto re o imperatore. Col nome di inca oggi indichiamo la civiltà e il popolo che gli Spagnoli scoprirono nel Perù, così come usiamo il termine azteco per indicare la civiltà del Messico e maya per indicare la civiltà dello Yucatàn e del Guatemala. Quando gli Incas occuparono e dominarono i territori peruviani trovarono delle civiltà già molto evolute; essi le imitarono apportando nello stesso tempo il loro contributo in varie attività.
I re dominarono il grandissimo territorio dell'impero per mezzo di un sistema politico accentratore; molti funzionari imperiali, tutti discendenti della famiglia imperiale, governavano le province controllando l'agricoltura ed esigendo i prodotti che spettavano di diritto all'inca. Infatti i due terzi di ciascuna provincia erano di proprietà dell'imperatore.I cavalieri di Pizarro arrivano a cuzco la capitale incas

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Ancora oggi, dinanzi ad alcune costruzioni delle città degli
Incas, si rimane stupiti; esse sono belle, armoniche e, soprattutto, grandiose, imponenti. Leggiamo in una relazione ricavata dal rapporto dei primi Spagnoli che entrarono nella capitale : « La capitale degli Incas è una grande città situata in un'ampia valle. È divisa in quattro parti secondo i punti cardinali; conta circa ventimila abitanti. Le case e i palazzi dei nobili sono di uno splendore e di un lusso inimmaginabili. L'edificio più grande e impressionante è la fortezza della città. Essa è costruita con macigni enormi e non si
capisce come possano essere stati trasportati sin là. Infatti gli Indi non posseggono né vetture, né animali da traino; non hanno ferro per modellare i blocchi, né livella o squadra e neppure calce. Eppure gli immensi massi sono adattati l'uno all'altro in modo così perfetto che riesce difficile inserire la punta di un coltello fra le connessure... ». La fortezza è ancora oggi visibile su un colle, dietro la città. I blocchi di pietra più grandi pesano circa 200 tonnellate. Essi vennero trasportati da cave lontane circa due chilometri, dove venivano squadrati e modellati da operai che usavano utensili di pietra. Erano poi spostati per mezzo di leve di bronzo, l'unico metallo conosciuto dagli Incas.


UNA STRADA LUNGA 2000 CHILOMETRI
Al tempo dell'arrivo degli spagnoli le strade degli Incas andavano per migliaia di chilometri lungo le Ande.
La grandezza dell'Impero, sopratutto nel senso della lunghezza, imponeva una rete di strade perfetta. Una delle molte strade che iniziavano a Cuzco andava verso nord fino a raggiungere Quito, capitale ecuadoregna, ed aveva una lunghezza totale di 2 000 chilometri. Per lunghi tratti la strada aveva una larghezza di otto metri; si restringeva quando attraversava valli profonde e alte montagne o quando passava su pendii o per paludi.
Quando la strada doveva costeggiare uno strapiombo, si scavava la roccia e si aprivano gallerie sufficentemente lunghe da poter agevolare il passaggio di uomini e animali. Queste strade esistono ancora nel moderno Perù non sono tutte transitabili da automobili. Infatti gli Incas non conoscevano il carro e quindi non costruirono strade adatte ai veicoli. Nei tratti di montagna dove le strade dovevano superare un'erta, si costruivano scalini in pietra; i ponti sospesi realizzati con funi in fibre di agave erano stretti e le persone potevano passare solamente in fila indiana. Su queste strade andavano veloci i corrieri, organizzati in staffette, che portavano in ogni sito dell'Impero messaggi e ordini dell'Inca; per attenuare la fatica, costoro masticavano molto spesso foglie di coca.

AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO
Nella lingua quechua, la lingua degli Incas, esiste un unica parola per dire lavorare e coltivare. Ciò dimostra l'importanza dell'agricoltura in un paese in cui il lavorare la terra era l'unico lavoro degli abitanti. L'agricoltura del popolo Incas era fondata principalmente sul sistema a terrazzamenti. Essi erano formati da muri costruiti sui pendii delle montagne. La patata e il mais erano i prodotti più coltivati e gli Spagnoli portarono in seguito in Europa. Gli Incas furono grandi allevatori di animali. Uno tra gli animali maggiormente allevati era il cuy, un minuscolo roditore detto anche porcellino d'India (benché non sia originario dell'India, né abbia qualcosa in comune coi suini).
Un altro animale allevato era il guanaco, simile al cammello americano. Gli Incas allevarono anche lama, l'alpaca e il vigogna. I lama sono adatti al trasporto di carichi. L'alpaca e il vigogna sono animali dal mantello molto lanoso. Col loro pelo morbido e soffice venivano tessuti (come si fa anche oggi) pregiatissimi indumenti.

LA CITTA' MORTA DEGLI INCAS
NELL'AGOSTO DEL 1533 il conquistador spagnolo Francisco Pizarro, alla testa di soli 182 soldati spagnoli, si impadroniva della città di Cuzco, la capitale dell'impero degli Incas, sulle Ande del Perù. Un'intera armata composta di 40 000 guerrieri incas veniva posta in fuga dalle sue poche armi da fuoco e dall'apparizione dei suoi cavalli, animali fino allora sconosciuti agli indigeni d'America. Penetrati nella meravigliosa città, gli Spagnoli saccheggiarono come era loro costume, tutto l'oro e l'argento che poterono trovare. A questo punto, nel racconto si inserisce un ' episodio che non si sa se sia storia o leggenda, Pare che i soldati spagnoli avessero posto l'assedio al Convento del Sole; sapevano che là dentro vivevano ritirate cento nobili fanciulle. Ma quando i soldati irruppero nel convento... lo trovarono deserto. Delle cento sacerdotesse non c'era più traccia. Qualcuno disse che erano state preavvertite del pericolo e s'erano poste in salvo in tempo ; fra gli indigeni incas si sussurrava di averle viste fuggire verso le cime andine dietro la città. Né gli Spagnoli, né alcuno, dopo di loro, seppe più nulla delle cento Sacerdotesse del Sole. Per quattrocent'anni la loro sorte rimase avvolta nel mistero. Che era avvenuto di loro?

UNA SCOPERTA ARCHEOLOGICAla città perduta di machu picchu
Fu nel luglio del 1911 che, inconsapevolmente, un archeologo americano, Hirian Bingham, dell'Università di Yale, trovò una risposta all'interrogativo. Si trovava a circa 110 chilometri da Cuzco e s'era inoltrato in una selvaggia vallata delle Ande, percorsa da un fiume impetuoso che l'aveva scavata quasi come un canyon.
Attorno alla buia voragine si innalzavano numerosi picchi, avvolti da una folta vegetazione sulla quale si sfilacciava la nebbia che saliva dal fondo. Seguendo le indicazioni di alcuni poveri indios che lavoravano la terra lassù, Bingham giunse sulla cima di uno di questi picchi rocciosi. E là, semicoperta dalla vegetazione secolare, apparve davanti ai suoi occhi sbalorditi una città abbandonata. Case di agricoltori, case di nobili, templi, mausolei, strade, gradinate; tutto costruito con enormi blocchi di pietra sovrapposti.
L'esperto archeologo passava di meraviglia in meraviglia; comprese di trovarsi fra le rovine di una bellissima, antica città degli Incas, ed ebbe cosi modo di approfondire la sua conoscenza dello storia e della civiltà di questo popolo.

LA STORIA DI MACHU PICCHU
La città si chiamava Machu Picchu (pr. maciu picciu), nome che significa Picco Antico. Era stata fondata più di un millennio prima da un popolo' che potremmo chiamare l'antenato degli Incas. Questo popolo, per sfuggire ad una invasione di tribù barbare provenienti dal Sud, si era rifugiato in quel luogo nascosto e quasi inaccessibile. Per otto o dieci secoli era rimasto lassù, nel piccolo regno fra i monti. Poi, accresciuto di numero, aveva dovuto scendere verso la regione di Cuzco, più ampia e più fertile. Il condottiero di questa migrazione si chiamava Manco Capac ; egli è considerato il fondatore del grande Impero Incas. Durante l'impero, gli Incas non dimenticarono l'esistenza dell'antica capitale, nascosta fra i monti, anzi, la consideravano un sicuro rifugio in caso di pericolo. Questa eventualità si presentò al momento dell'invasione spagnola. Là, infatti, si rifugiarono i pochi che riuscirono a fuggire in tempo; e fra essi c'erano le cento Sacerdotesse del Sole. Il ricordo della città segreta svanì, man mano, dalla memoria degli Incas e si dovettero attendere quattro secoli perché uno studioso americano la riscoprisse, quasi per caso.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-02-2014