Vercingetorige

 

NEI PRIMI MESI del 52 avanti Cristo, Giulio Cesare lascia in fretta e furia l'Italia e si dirige verso la Gallia. La ragione di tanta premura è questa: i Galli, che egli credeva di avere definitivamente sottomessi (anno 55 avanti Cristo), hanno ricostituito un forte esercito e stanno per attaccare le legioni romane di guarnigione in Gallia. Caio Giulio Cesare sa che questa volta la lotta sarà particolarmente difficile, perché a capo dei Galli vi è un condottiero il quale è deciso a tutto, Vercingetorige.

CONDOTTIERO ABILE E CORAGGIOSO
Con le sue fulminee e strepitose vittorie, Cesare ha suscitato il terrore in tutte le popolazioni della Gallia. Infatti, pur di non affrontare di nuovo le sue legioni, i Galli si sono rassegnati a rimanere sottomessi a Roma.
Ma Vercingetorige, il giovane re dell'Arvernia una regione della Gallia, non è affatto di questa idea. Quando pensa che i Galli hanno deciso di rinunciare alla lotta, gli ribolle il sangue nelle vene. Egli ha in mente questo programma: incitare tutte le popolazioni della Gallia alla ribellione contro i Romani e guidarle nella lotta di liberazione.
Ed eccolo all'opera: per mesi e mesi, Vercingetorige percorre la Gallia per convincere i capi-tribù a incitare i loro sudditi alla riscossa. Il motto che egli vuole sia ripetuto tra tutte le genti è questo: Meglio cadere tutti morti sul campo di battaglia, piuttosto che rinunciare alla libertà!
L'appello di Vercingetorige non rimane inascoltato: moltissimi giovani cominciano a giungere nell'Arvernia per arruolarsi nell'esercito del giovane sovrano. Ma all'inizio del 52 avanti Cristo, prima ancora che Vercingetorige abbia radunato il suo esercito, Giulio Cesare raggiunge in Gallia le sue legioni. Tuttavia il giovane sovrano non si perde d'animo: incitati i suoi uomini, accetta la sfida del condottiero romano.
Il primo scontro tra i due eserciti avversari avviene sotto le mura di Avàrico (l'attuale Bourges).
Non riuscendo a sostenere l'impeto della cavalleria romana, Vercingetorige decìde di ripiegare presso Gergòvia (l'odierna Clermont-Ferrand), capitale dell'Arvernia. E qui, dopo una battaglia condotta con grande abilità, Vercingetorige riesce ad infliggere ai Romani una dura sconfìtta. L'avvenimento è veramente eccezionale: per, merito del giovane sovrano dell'Arvernia, Giulio Cesare ha perduto tra i Galli la sua fama d'invincibile.
Desideroso di sfruttare il successo ottenuto, Vercingetorige decide di non dare tregua al nemico.
Ma nei pressi di Digione, Cesare riesce finalmente a prendersi la rivincita: inseguito dalla cavalleria romana, l'esercito dei Galli è costretto a fuggire per cercare riparo nella fortezza dì Alésia.
Ma non per questo Vercingetorige si arrende. Di notte, egli manda la cavalleria a chiedere aiuti alle popolazioni vicine. Intanto passano i giorni; e poiché nella fortezza scarseggiano i viveri, Vercingetorige decide di liberarsi di quelli che non sono atti alle armi. I vecchi, le donne e i bambini vengono così cacciati fuori dalle mura della città. La situazione si fa di ora in ora più grave. I maggiorenti della città propongono la resa, ma Vercingetorige non cede: egli confida nell'aiuto delle popolazioni vicine.
Ed ecco che proprio quando gli assediati stanno per essere ridotti alla fame, un poderoso esercito giunge ad Alésia per accerchiare i legionari romani.
Nella fortezza, Vercingetorige incita alla lotta e assicura di avere ormai nelle mani la vittoria.
Al suono delle trombe, gli assediati e le truppe giunte in loro aiuto sferrano l'attacco contemporaneamente. Cinque giorni dura la lotta: violentissima, disperata.
Alla testa dei suoi uomini, Vercingetorige attacca, indietreggia, contrattacca, tenta disperatamente di aprirsi un varco. Niente: i Romani non cedono. Intanto la cavalleria romana, che è riuscita a spezzare l'accerchiamento, sta aggirando alle spalle l'esercito gallico. Lentamente i Galli cedono e retrocedono. A un certo momento, presi dal terrore, si danno a precipitosa fuga. Non solo la battaglia, ma anche la guerra è finita.
Vercingetorige ha perduto; ma anche nella disfatta il giovane condottiero sì dimostra fiero e coraggioso. Infatti ai suoi uomini dichiara che, non essendogli riuscito di liberare il paese dal dominio straniero, egli è pronto a sacrificarsi: egli si darà cioè prigioniero a Cesare e farà ricadere su di sé tutta la responsabilità della ribellione.
E così avvenne. Con la sua migliore armatura e in sella a un cavallo splendidamente bardato, Vercingetorige uscì dalle mura di Alesia. Giunto di fronte a Cesare, si slacciò l'armatura e la gettò via. Poi, guardando con fierezza il condottiero romano, cadde in ginocchio, in segno di sottomissione.
Giulio Cesare diede ordine che Vercingetorige fosse messo in catene. Nel 46 avanti Cristo, quando Cesare celebrò in Roma il trionfo per le vittorie nella Gallia, Vercingetorige dovette seguire in catene il carro del trionfatore. Ma per il ribelle condottiero dei Galli i Romani avevano riservato una punizione ancor più crudele. Infatti, dopo sei anni di dura prigionia, Vercingetorige fu decapitato.

(165) Scipione
l'Africano
(166) Socrate
(167) Spartaco
(169) Tamerlano
(170) Temistocle
(171) Thomas
Alva Edison
(172) Tito Livio
(173) Vasco
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(174) Vercingetorige
(176) William
Shakespeare
 
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014