Tito Livio

 

PROVIAMO A RILEGGERE qualche capitolo di storia romana, oppure sfogliamo qualsiasi altro volume che tratti questo argomento. Soffermiamoci sulla descrizione di un personaggio: se ne indicano, talvolta, persino la corporatura e il colorito; quando si narra di una battaglia: ecco esattamente là disposizione degli eserciti, le mosse compiute e i dati numerici delle forze e delle perdite di ciascuna parte; oppure leggendo la relazione di una seduta del Senato Romano: i discorsi pronunciati sono riportati quasi integralmente e la descrizione è così completa e vivace che non trascura nemmeno di dirci qual era il tono di voce e il gestire dell'oratore. Eppure si tratta di avvenimenti accaduti duemila, duemilacinquecento anni fa. Dove ha attinto l'autore moderno una così gran copia di notizie? Dove ha trovato la relazione di piani di battaglia, le date e le cifre? Chi ha potuto fornirgli delle notizie particolareggiate che solo un contemporaneo agli avvenimenti narrati poteva conoscere? Noi siamo debitori di quello che conosciamo della storia di Roma ai grandi storici latini, che scrissero il racconto delle vicende della loro città: Tito Livio è il più famoso di essi.

UN UOMO ALL'ANTICA
Le informazioni che abbiamo sulla sua vita sono scarsissime: due o tre notiziole sparse e occasionali e niente più. Il grande storico di Roma non ha lasciato nulla della storia di se stesso. Tuttavia, leggendo le sue opere, si può avere un'immagine ben chiara, se non dei fatti della sua vita, almeno della sua personalità e del suo modo di pensare.
Si sa che Livio non nacque a Roma, bensì a Padova. Era l'anno 59 avanti Cristo. Fu importante, per la formazione del suo carattere, l'essere nato in provincia; là, infatti, la corruzione, le mollezze che già dilagavano nell'Urbe erano ancora sconosciute. Quasi sicuramente Livio nacque da una famiglia patrizia: ebbe perciò come ogni giovane romano un educazione severa, che lo avviò alla politica e all'oratoria. Crebbe nella piccola città dai costumi austeri, in mezzo a una cittadinanza non corrotta dalle troppe ricchezze, che non aveva ancora acquisito, come quella di Roma, dai Greci l'abilità nel mercanteggiare e mentire, dagli Orientali la passione per l'ozio ed il lusso. Il giovane Tito Livio imparò ad amare la patria, a servirla con obbedienza e lealtà, a non mentire e a non ricorrere ad inganni nemmeno col nemico, a venerare gli dei dell'antica religione, a rispettare le tradizioni e le istituzioni della Repubblica. Ed eccolo, questo giovane provinciale, col suo bagaglio di idee chiare ed oneste, venirsene a Roma, circa nell'anno 30 avanti Cristo, proprio nel pieno delle lotte civili fra Ottaviano e Marco Antonio. Chi pensava più, laggiù, nella grande città in procinto di divenire la capitale del mondo, chi pensava più a seguire gli antichi costumi? Una stirpe di valorosi soldati si era trasformata in una folla di mercanti, di diplomatici e statisti intriganti, che combattevano fra loro con inganni e congiure, che si alleavano col nemico per combattere il governo della propria città, che si ridevano degli dei e dei principi di onestà nella vita pubblica e privata. Tito Livio non se la sentì di gettarsi nella lotta politica. Troppo lontano era, quel mondo, da quello antico che egli ammirava e che avrebbe voluto veder rivivere. Tuttavia si guadagnò l'amicizia proprio di Augusto, colui che aveva definitivamente sepolto lo Stato repubblicano ; non lo adulò mai e ne ebbe in premio una stima sincera.
Che cosa poteva fare un uomo che non intendesse partecipare alla vita pubblica e che avesse, come Tito Livio, il dono dell'arte oratoria? In quale modo poteva acquistare una gran fama e rendersi utile alla patria? Livio si dedicò ad un'opera colossale: narrare la storia di Roma ab urbe condita, dalla sua fondazione, fino al suo tempo. Poiché il presente lo disgustava, si tuffò nel passato, facendolo rivivere con la sua prosa eloquente. Dedicò a questa impresa tutta la sua vita; la morte gli impedì di ultimarla: la sua narrazione cessa infatti all'anno 9 avanti Cristo; egli morì nel 17 dopo Cristo. Era tornato alla sua Padova: a Roma, in quegli anni, era divenuto pericoloso perfino ricordare le antiche libertà. Raggiunse Tito Livio i suoi scopi? Una grande fama certo; si dice che il suo nome fosse divenuto tanto noto e ammirato che un abitante di Cadice si recò fino a Roma soltanto per riuscire a vedere l'autore della storia di Roma e, raggiunto lo scopo, tornò poi alla sua città senza curarsi di vedere altro dell'Urbe. Giovò la sua opera alla patria? La risposta può darla ognuno di noi, che per merito suo, ci appassioniamo al racconto delle imprese di Roma, ammirando l'antico valore, la ferrea volontà, la probità degli uomini.

L'OPERA
L'intera opera di Tito Livio si componeva di 142 libri; a noi, purtroppo, non ne sono giunti che 35; essi trattano i periodi della storia romana dalla fondazione dell'Urbe alle guerre sannitiche (293 a. C.) e dalla seconda guerra punica alla fine delle guerre macedoniche (167 a. C). Dei libri rimanenti non abbiamo che una specie di indice e pochi frammenti.

(163) Sant'Ignazio
(165) Scipione
l'Africano
(166) Socrate
(167) Spartaco
(169) Tamerlano
(170) Temistocle
(171) Thomas
Alva Edison
(172) Tito Livio
(173) Vasco
da Gama
 
 
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014