Socrate

 

ERA UN MATTINO di primavera dell'anno 399 prima della nascita di Cristo. In Atene una gran folla saliva verso il palazzo dell'Arconte Re, ove si sarebbe svolto un processo.
Gli Arconti erano i ministri incaricati di dirigere la vita religiosa e politica della città; essi giudicavano chi era accusato di offese agli dei: gravissima accusa, che poteva comportare l'esilio o la pena di morte. Ecco, sotto il gran portico, il raduno è completo: presiede l'Arconte stesso; accanto a lui è il cancelliere che regge un cofanetto nel quale sono raccolti gli incartamenti riguardanti il processo. Viene poi il folto gruppo dei giudici popolari, che sono ben cinquecento: eletti dal popolo, stabiliranno, con votazione segreta, se l'imputato sia colpevole o meno e la misura della pena. Dietro di essi vengono i tre cittadini che hanno formulato l'accusa. E l'imputato? Eccolo infine giungere in tribunale, tranquillo e sereno come uno spettatore qualsiasi. È un vecchio di settant'anni, dalla gran barba fluente: il suo nome è Socrate.

Socrate era nato nel 469 avanti Cristo; suo padre era scultore, sua madre assisteva gli ammalati: oggi diremmo che era un'infermiera. Le condizioni modeste della famiglia non impedirono al giovane ateniese di frequentare le scuole, per cui era famosa la sua città.
Divenuto adulto, la sua intelligenza, il suo carattere, la grande missione di cui si sentiva investito lo portarono ad busto marmoreo di Socrateessere uno dei personaggi più noti della propria città.
In quel tempo viveva ad Atene un gruppo di sapienti detti sofisti; essi avevano aperto numerose scuole, ove accoglievano, a pagamento, i figli dei cittadini più ricchi; inoltre, per farsi conoscere e apprezzare, tenevano conversazioni nelle case di chi li invitava e conferenze nelle piazze; con grande superbia affermavano dì sapere tutto e di essere in grado, con l'abilità dei loro sottili ragionamenti, di sostenere qualsiasi argomento, senza preoccuparsi della sua verità. Si vantavano di saper dimostrare un giorno una cosa, domani il suo contrario; di saper persuadere che una cosa falsa fosse vera o viceversa, che quello che riteniamo male fosse invece bene o viceversa. Il danno che costoro facevano nell'animo dei loro ascoltatori era grandissimo, stupiti e turbati, i più finivano col pensare che non esistessero né cose buone né cose cattive, né il vero né il falso. Contro questa azione disgregatrice della morale si levò a lottare Socrate. La verità, la giustizia, la bontà, l'onestà è una sola, egli affermò, e non deve essere alterata con le parole; per conoscerla interrogate voi stessi, la vostra coscienza: non costruite col cervello e con le parole delle artificiose giustificazioni.
Conosci te stesso egli affermava; e con ciò intendeva dire che innanzi tutto l'uomo deve dedicarsi alla conoscenza di se stesso, rendersi conto della propria ignoranza e dei propri difetti, perché solo in questo modo gli sarà possibile vincere l'una e gli altri.
In contrasto con la condotta dei sofisti, che usavano l'intelligenza solo per il loro profitto materiale, Socrate insegnava: Non amate la ricchezza e gli altri beni del corpo, a preferenza di quelli dell'anima.
A chi si piegava a servire l'uno e l'altro tiranno della patria, egli soleva dire: Cerca la verità, e dichiarala e difendila contro chiunque, ad ogni costo e sempre; non cedere di fronte alle minacce del popolo o dei tiranni: al di là di questo mondo vi è Dio, che giudicherà te e loro. Queste cose Socrate le andava insegnando e spiegando a tutti i suoi concittadini; nelle piazze, nelle vie, seduto sugli scalini di un tempio o nella bottega di un artigiano, conversava con la gente del popolo e i giovani; interrogava, ascoltava attentamente le risposte, correggeva, incitava, abituava alla critica e alla riflessione, cercava insomma di avviare gli uomini verso ciò che pensava fosse il vero ed il bene. Egli stesso più di una volta arrischiò la vita per aver osato muovere rimproveri ai governanti e per essersi rifiutato di eseguire dei loro ordini che riteneva illegali; per tutta la vita, poi, rimase in povertà, così da potersi dedicare interamente ai problemi dello spirito. Poiché Socrate era il primo a mettere in pratica quello che andava insegnando, moltissimi suoi concittadini lo stimavano e lo ascoltavano.
Perché allora, abbiamo visto quest'uomo saggio e buono giungere in un tribunale nelle vesti di imputato? Perché molti, moltissimi erano anche coloro che lo odiavano e che avrebbero voluto costringerlo a tacere: erano i sofisti che egli aveva più volte posti in confusione, erano i disonesti che udivano in lui la voce della coscienza, erano soprattutto i governanti, continuamente colpiti dai suoi rimproveri. E poiché per far tacere un simile uomo non servivano né le minacce né le offerte di titoli o ricchezze, i governanti di Atene non trovarono di meglio che denunciarlo al tribunale con delle false accuse. Lo svolgimento di tutto il processo, certamente il più famoso di tutta la storia dell'antichità, ci è stato conservato per intero dagli scritti di Platone, il migliore fra i discepoli di Socrate. Sappiamo dunque che egli parlò in difesa di se stesso con la consueta tranquillità, cercò di indurre i giudici a riflettere, gli accusatori a constatare essi stessi l'inconsistenza delle loro accuse. Ma anziché mitigare le proprie critiche, le ribadì con maggior chiarezza, anziché promettere di chiudersi nel silenzio o accettare di andarsene in esilio, assicurò che avrebbe continuato a parlare e che mai avrebbe abbandonato la propria città.
Mostrò quella fermezza che aveva insegnato ad avere di fronte alle imposizioni ingiuste. E fu condannato a morte.

Nel tempo che trascorse prima dell'esecuzione della condanna, Socrate rifiutò la possibilità di fuga che gli fu offerta dai suoi discepoli: egli aveva sempre rispettato le leggi della sua patria, non sarebbe stato giusto trascurarle ora perché imponevano la sua morte; sarebbe stato, invece, un dannoso esempio di disobbedienza. Trascorse gli ultimi giorni attorniato dai suoi discepoli, discutendo serenamente con loro dell'immortalità dell'anima; e quando fu il momento di bere il veleno che lo avrebbe ucciso, toccò a lui consolare quanti gli erano vicini.
io vado a morire; voi continuerete a vivere. Chi di noi si avvii, tuttavia, verso la condizione migliore, è cosa oscura a tutti, meno che a Dio.

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l'Africano
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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014