Nino Bixio

 

SIAMO NEGLI ANNI attorno al 1840, e ci troviamo a bordo di un brigantino americano in navigazione nei mari della Sonda. Un giovane marinaio italiano si presenta al capitano e gli dichiara: — Ho scoperto che lei è un disonesto; l'avverto che da questo momento non intendo più lavorare per lei! — S'era mai visto un marinaio comportarsi in un simile modo? Ma bisogna sapere che quel giovane italiano si chiamava Nino Bixio. (Quel giorno aveva saputo che la nave sulla quale si era imbarcato e che doveva in apparenza dedicarsi al trasporto del pepe era impiegata invece per certi traffici loschi). Il capitano, naturalmente, a un simile discorso, ordinò che limpertinente fosse legato e chiuso nella stiva. È facile immaginare che cosa fece Bixio: si mise d'accordo con altri giovani e riuscì a fuggire, pur correndo il rischio di essere divorato dai pescicani. Riuscì finalmente a raggiungere la costa. Qui fu catturato da alcuni pescatori malesi appartenenti ad un villaggio governato da una regina. Costei accolse benevolmente il naufrago e, col tempo, ebbe modo di apprezzare le sue doti di marinaio. Un giorno gli propose di assumere il comando delta sua flotta, ma pare che in cambio esigesse la conversione di Bixio alla religione musulmana. Bixio rifiutò categoricamente e ta sovrana ne fu tanto irritata che lo consegnò ai suoi soldati perché lo portassero al porto vicino e lo vendessero come schiavo. Ma il bello della storia viene ora. Al mercato degli schiavi, Bixio incontrò proprio il capitano della sua nave; ma egli si mostrò generoso: comperò il povero schiavo e gli rese la libertà.
Nino Bixio in divisa da ufficiale garibaldino
UNA VITA AVVENTUROSA
Questo quasi incredibile episodio ci dice chiaramente quale vita abbia condotto Nino Bixio nella sua gioventù. Rientrò a Genova nel 1847, dopo aver fatto conoscenza, a Parigi, coi collaboratori di Giuseppe Mazzini; entusiasta dei loro propositi decise di dedicarsi alla lotta per l'unità e l'indipendenza d'Italia. Nel 1848, durante la prima guerra per l'indipendenza, già lo troviamo sottotenente che combatte, coi Piemontesi, a Governolo presso Vicenza. Un anno dopo eccolo a Roma, con Mazzini e Garibaldi, partecipare alla difesa della Repubblica Romana. È lui che guida uno degli assalti coi quali gli Italiani tentano di riprendere Villa Corsini, il cardine della difesa della città. Dalle finestre dell'edificio i fucilieri francesi che vi sono asserragliati battono con fuoco serrato e incessante i dintorni della villa, Ma Bixio non esita: Garibaldi ha ordinato che quella posizione deve essere ripresa. A cavallo, seguito da pochi audaci, s'avventura per l'erta che conduce alla villa. Il suo cavallo viene abbattuto, colpito contemporaneamente da dieci colpi. Non importa, Bixio prosegue a piedi la sua corsa, finché anch'egli cade colpito gravemente. A stento i suoi soldati potranno raccoglierlo e portarlo in salvo.

L'IMPRESA DEI MILLE
Dopo l'amara conclusione della vicenda romana trascorsero anche per Bixio, come per tutti i patrioti italiani, dieci anni di impaziente attesa. In quegli anni egli si dedicò a studi di tecnica militare e al giornalismo, scrivendo impetuosi articoli patriottici. Venne finalmente, col 1859, il secondo segnale di guerra. Bixio fu primo aiutante di campo di Garibaldi, poi divenuto maggiore dei Cacciatori delle Alpi, guidò con tanto valore i suoi uomini nella difesa dello Stelvio, che gli fu assegnata la croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia. Nel luglio finì improvvisamente la guerra. Pochi mesi dopo giunse dalla Sicilia' l'appello di Crispi e dei patrioti siciliani. Bixio fu tra i primi ad accogliere con entusiasmo l'idea. Fu lui a dirigere la fase preparatòria dell'impresa dei Mille conclusasi col simulato rapimento delle due navi della Società Rubattino. Poi ebbe il comando del Lombardo; Garibaldi era sul Piemonte. A bordo del vapore, radunati i legionari, Bixio salì sul ponte e tenne loro un discorso che non lascia dubbi sulle sue doti di comandante ; infatti, per quanto possa sembrare insolente, sollevò in loro un applauso entusiasta. Egli disse: « Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho già fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui io sono tutto: lo zar, il sultano, il papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti, guai a chi osasse un'alzata di spalla, guai a chi pensasse dì ammutinarsi. Uscirei con la mia uniforme, con la mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ucciderei tutti! Il generale mi ha lasciato comandandomi di sbarcarvi in Sicilia. Vi sbarcherò. Là mi impiccherete al primo albero che troveremo; ma in Sicilia, ve lo giuro, sbarcheremo! ». Ed eccolo in Sicilia combattere sempre fra i primi: a Calatafimi, a fianco di Garibaldi, pronto a proteggerlo con la sua persona; a Palermo dove, ferito, si estrasse da solo la pallottola dalla ferita e continuò a combattere.
Fu coi Mille fino alla conclusione dell'impresa; fino a Maddaloni, nei pressi del Volturno, dove aveva il comando di tre brigate dell'ormai numeroso esercito garibaldino. Terminata la campagna fu accolto nell'esercito regolare col grado di colonnello. Furono nuovi anni di intensa attività. Desideroso di dare al giovane Stato italiano un forte esercito viaggiò all'estero, visitò porti militari e fortezze in Germania, Francia, Inghilterra; organizzò esercitazioni e manovre del nostro esercito, sostenne in Parlamento l'importanza di armare una potente flotta. A lui, che tanto aveva fatto, terribilmente amare parvero le sconfìtte che subimmo nella terza guerra per l'indipendenza. Deluso, irato contro i comandi superiori che non avevano saputo disporre delle giovani forze del nostro esercito, si ritirò dalla vita militare. Si dedicò ai traffici marittimi, sperando di creare una compagnia di navigazione che desse all'Italia una potenza marittima. Morì colpito dal colera, mentre navigava nei mari di Sumatra.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014