Luigi Settembrini

 

IL CARCERE dell'isola di Santo Stefano (arcipelago Ponziano) aveva, all'interno, la forma di un teatro con tre ordini di palchi; ma al posto dei palchi c'erano delle tristissime celle. In questo penitenziario i Borboni, sovrani del regno di Napoli, relegavano i condannati politici assieme ai più tristi malfattori.
In una sola cella stavano stipati anche 10 detenuti. Alle pareti, sudicie ed annerite, erano appesi tegami, pignatte, piatti, fiaschi, mazzi di aglio, di peperoni ed altre misere masserizie. Rozze tavole di legno erano l'unico arredo e servivano da tavola e da... letto. Come mai tanta abbondanza di utensili da cucina? Nella prigione si distribuiva si il cibo in comune, ma la maggior parte dei condannati, sospettosi di essere avvelenati, preferiva cucinarsi individualmente quel poco companatico che il carcere passava. Usavano a tal scopo delle fornacette di tufo che spandevano per il carcere un fumo intensissimo che rendeva l'aria irrespirabile.
Fra i condannati chi filava, chi fabbricava utensili, chi cuoceva pane, chi, avendo la possibilità di uscire fuori dalla prigione, coltivava degli orti: si svolgeva così fra i condannati un intensissimo commercio che spesso dava luogo a liti e a risse furibonde. La sera, stanchi per la movimentata giornata, i condannati si ritiravano nelle loro celle, per coricarsi. Durante la notte, però, era impossibile riposare; nel carcere si udivano gemiti, grida di ubriachi, urla di rabbia. La mattina non era difficile vedere nel cortile la barella con il cadavere di qualcuno assassinato nella notte. Due volte al mese nel carcere era giorno di festa perche si distribuiva ai condannati la carne : in quei giorni gli ergastolani si ubriacavano... e almeno un assassinio era garantito.
In questo tristissimo luogo trascorse ben otto anni della sua vita Luigi Settembrini Egli ci descrìsse l'ergastolo e la strana vita che vi si conduceva in un libro di memorie, scritto al termine della sua prigionia, ed intitolato Le ricordanze della mia vita.
Il patriota italiano Luigi Settembrini
LA MOVIMENTATA VITA DI SETTEMBRINI
Luigi Settembrini dedicò gli anni della sua prima giovinezza all'avvocatura. La sua passione, però, erano gli studi letterari ed egli abbandonò presto le aule dei tribunali per dedicarsi ad essi.
Nel 1835 però, un avvenimento spiacevole turbò la tranquilla esistenza del professor Settembrini. Una spia della polizia borbonica lo aveva denunciato come cospiratore antiborbonico, uno cioè di quegli esaltati che sognavano l'unità d'Italia. L'accusa non era del tutto infondata: quel Settembrini, che conduceva all'apparenza una vita tranquilla da pacifico letterato, sotto sotto era un formidabile attivista: era riuscito, nientemeno, a fondare una società segreta che aveva chiamato I figlioli della giovane Italia. Portato dinanzi al tribunale, Settembrini mise a buon profitto le esperienze fatte nella sua breve carriera d'avvocato: si difese così bene che fu assolto per insufficienza di prove. Certamente il Settembrini avrebbe trascorso tranquillo il resto della sua vita se, dopo l'incidente del'35, avesse pensato di ritirarsi definitivamente dalla politica. Ma non era uomo da poter restare a lungo indifferente davanti ai soprusi e alle malvagità del regime borbonico. E il periodo di serenità, nella sua vita, fu infatti brevissimo.
Un giorno camminava per le strade di Napoli quando vide una povera donna, che implorava grazia per il marito, venire maltrattata da due sbirri di Ferdinando II. Il patriota corse a casa pieno di sdegno e di furore; si mise subito a tavolino e stese tutto d'un fiato uno scritto, che naturalmente pubblicò anonimo: La protesta del popolo delle due Sicilie, accusa severissima a tutto il regime borbonico.
La polizia sguinzagliò immediatamente i suoi segugi per scoprire chi fosse l'autore di quello scritto; fortunatamente non venne a capo di nulla, ma il Settembrini, temendo di essere scoperto, abbandonò Napoli; vi ritornò dopo poco tempo, poiché il re Ferdinando II, il 29 gennaio del 1848, aveva concessa la Costituzione e con essa una certa libertà. Tuttavia il patriota prevedeva che le concessioni sarebbero state presto revocate; il presentimento non tardò ad avverarsi : infatti, pochi mesi dopo, re Ferdinando ritolse ai cittadini del suo regno tutto quanto aveva concesso. Nel Regno delle due Sicilie imperversò la reazione: il Settembrini, che aveva fondato una nuova società, la Grande Società dell'unità Italiana, venne accusato di alto tradimento dinanzi alla corte speciale di Napoli. Fu condannato a morte; tuttavia la sua condanna fu commutata in carcere duro a vita. Il Settembrini rimase nel penitenziario dell'isola di Santo Stefano per circa 8 anni; in seguito fu stabilito che dovesse essere deportato in America, in esilio perpetuo. Ma durante il viaggio Settembrini e gli altri patrioti che erano con lui vennero liberati per opera di un figlio di Settembrini, Raffaele. Questo giovane, che era divenuto ufficiale della marina inglese, si imbarcò sulla stessa nave dei deportati travestito da cameriere; appena iniziato il viaggio, si presentò al capitano della nave e, con le armi in pugno, gli intimò di dirottare verso la vicina Inghilterra.
Settembrini dimorò in suolo straniero per poco tempo e tornò presto in Italia, soggiornando prima a Torino, poi a Firenze, in attesa che il Meridione venisse liberato. Dopo l'impresa dei Mille fece ritorno a Napoli, accolto trionfalmente dai suoi concittadini.
Ora poteva tornare ad essere un pacifico professore, poteva dedicarsi alla sua famiglia e ai suoi studi, come avrebbe sempre voluto fare, se la patria non gli avesse chiesto un compito più alto e difficile.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014