Ludwig Van Beethoven

 

NEI DECENNI a cavallo tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo viveva a Vienna un uomo dai costumi molto singolari.
Lo si vedeva per la città, o più facilmente fuori, nei prati e nei boschi, vagabondare solo, un poco camminando, un poco quasi di corsa; gesticolava e borbottava fra sé e sé; molto spesso canticchiava; poi si fermava di botto e prendeva frettolosamente degli appunti su un taccuino. La sua redingote turchina era tutta gonfia sul dietro, per la quantità di carta scritta che egli portava infilata nelle capaci tasche delle falde. Spesso si sdraiava sull'erba e riposava in questo modo, anche sotto la pioggia. Rientrando in città era difficile che non sostasse nella bottega di qualche rigattiere : davanti a quelle vetrine ricolme di oggetti vecchi e rotti si fermava estatico, affascinato, come un bambino. E quasi sempre trovava qualcosa di suo gusto, che acquistava e si portava gelosamente a casa. Eccolo, nella sua casa. Che luogo strano! Vi regnava un tale, indescrivibile disordine, vi era una tale mescolanza di oggetti, belli e brutti, modesti e preziosi, che non si sarebbe potuto dire se quella casa fosse lussuosa o miserabile.
Ovunque, sui mobili, sui tavoli, fin sopra un grosso clavicembalo (uno strumento a tasti progenitore del pianoforte) erano ammassati oggetti di ogni genere, in gran parte frutto delle sue visite ai rigattieri: candelabri d'ottone, calamai di bronzo, stampe, busti e statuette, anfore e vasetti, libri, soldatini di metallo in divisa da ussari e da cosacchi, monete. A rendere il caos assolutamente totale si aggiungevano gli oggetti di uso domestico, abbandonati ovunque in giro per la casa: moccoli di, candele, bottiglie, tegamini con avanzi della colazione, piatti con avanzi di maccheroni al parmigiano, che erano il suo piatto preferito. A tanto disordine nella casa facevano contrasto l'ordine e la distinzione del suo guardaroba: redingotes di panno blu, marsine verde scuro, calze, calzoni, panciotti e cravatte bianchi; bianche, come voleva la moda, erano anche le scarpe, benché a volte se ne andasse in giro senza neppure averle allacciate.
Come potesse, quest'uomo, vivere in una maniera simile si spiega in un solo modo: egli non si accorgeva affatto di quello che c'era e che avveniva attorno a lui. Egli era perennemente assorto in se stesso, intento ad ascoltare quello che i suoi sentimenti e la sua sensibilità gli suggerivano, che la sua mente andava costruendo.
Eccolo seduto al suo tavolo da lavoro ingombro di pile di carta da musica; eccolo mugolare e canticchiare a bocca chiusa melodie musicali; eccolo, mentre scrive, battere il tempo con le mani e coi piedi. È così assorto nel suo lavoro che non s'accorge neppure se un visitatore entra nella sua stanza e si ferma ad osservarlo, e poi se ne va. Per lui non esistono altri suoni che quelli della musica che sta creando. Di tanto in tanto si alza e sul violino, o sulla viola o al clavicembalo improvvisa motivi musicali, e li svolge con infinite meravigliose variazioni. Poi torna a scrivere e con incredibile velocità riempie fogli su fogli di note musicali. Quest'uomo era un musicista; uno dei più grandi compositori che siano mai esistiti, forse il più grande: Ludwig van Beethoven.
Ludwig Van Beethoven
LA VITA
La famiglia di Beethoven era di origine fiamminga. II nonno, che si era trasferito a Bonn in qualità di musicista di corte, esercitava inoltre un commercio di vini. Fu forse questa l'occasione per cui sua moglie stessa e poi il suo secondogenito Johann divennero due emeriti ubriaconi. Da questo Johann, divenuto anch'egli musicista di corte, nei primi giorni del dicembre 1770, nacque Ludwig: Ludovico.
II primo maestro di Ludwig fu suo padre stesso che pensò subito di trarre profitto dalle prodigiose doti musicali che il figlio mostrava di avere. Il bambino prodigio tenne il suo primo concertino in una Accademia di Colonia a soli otto anni d'età (il manifesto compilato dal padre diceva falsamente sei!). Al padre, che finì i suoi giorni completamente alcolizzato, si succedettero altri maestri di sempre maggior valore; il prodigioso allievo, appena quindicenne, aveva già uno stipendio come organista, veniva introdotto nelle famiglie nobili come maestro di musica e scriveva le sue prime composizioni.
A ventidue anni si trasferiva definitivamente a Vienna, dove in breve divenne il beniamino delle sale da concerto più aristocratiche. Cominciava così la sua vita di artista, tanto grande quanto infelice. Infatti aveva appena ventisei anni quando si annunciarono i primi sintomi di un male che per lui rappresentò una tragedia, una beffa del destino: la sordità. Per anni e anni rifiutò di ammettere a se stesso e si vergognò di mostrare agli altri questa sua infermità, che gli impediva di udire la sua stessa musica, di insegnare, di dirigere le orchestre. Il suo animo si chiuse in se stesso, divenne irascibile, sprezzante delle convenzioni sociali. Poiché temeva di essere compatito si mostrava scontroso con tutti, e così finì col perdere anche le più care amicizie.
Eppure il suo animo era sensibile e gentile, la sua bontà era grande, il suo desiderio di affetto e di amicizia infiniti. Questo ce lo dice con certezza la musica che egli ha lasciato; e non c'è musica che come la sua contenga tanta ricchezza di sentimenti: la gioia e il dolore più grandi, la tranquillità e la pace, il fragore della guerra, la gloria, la desolazione.
Beethoven morì infelice e solo come era vissuto; era il 26 marzo 1827 e aveva 56 anni.

(104) James Cook
(105) Kemal
Ataturk
(106) Lazzaro
Spallanzani
(107) Leonardo
da Vinci
(108) Leone Tolstoi
(109) Carlo Linneo
(110) Lorenzo
de medici
(111) Louis Pasteur
(113) Ludwig
Van Beethoven
(114) Luigi Galvani
 
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014