Giuseppe Verdi

 

Giuseppe Verdi nacque a Le Roncole, una frazione di Busseto, in provincia di Parma, il 10 ottobre 1813. Poche case raccolte attorno a un campanile, una sconfinata distesa di campi e una piccola comunità di gente povera e semplice come potevano esserlo i contadini all'inizio del diciannovesimo secolo. Un'infanzia dura, con poco tempo per giocare: a scuola dal prete e dal vecchio maestro Pietro Baistrocchi che, sapendo anche strimpellare ad orecchio, aveva il compito di organista in chiesa. Nelle ore libere era chiamato a dare una mano in bottega. Malgrado le condizioni economiche della famiglia, il padre, consigliato forse dallo stesso Baistrocchi, era riuscito però a comperargli una vecchia spinetta sui cui tasti il piccolo Verdi strimpellava per ore e ore. In breve tempo lo strumento si era ridotto alquanto male, tanto da dover essere affidato alle cure di un artigiano. Questi, sentito suonare il ragazzino, non volle essere pagato e lasciò ai genitori uno storico biglietto cosi concepito: "Da me, Stefano Cavalietti, fu fatto di nuovo questi saltarelli e impenati a corame e vi adattai la pedaliera che ci ho regalato... vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d'imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per essere del tutto pagato. Anno Domini 1821."
Terminata la scuola elementare, Giuseppe Verdi fu messo a pensione a Busseto, in casa di un ciabattino, per poter frequentare il ginnasio e intraprendere lo studio del pianoforte e della composizione sotto la guida di Ferdinando Provesi, valente e colto musicista. I progressi non si fecero attendere, rapidi e sorprendenti. Morto il vecchio Baistrocchi, il ragazzo venne nominato organista a Le Roncole, e ogni domenica e festa comandata, con il buono e il cattivo tempo, percorreva a piedi quattordici chilometri per assolvere al suo incarico. Del resto il compenso di trentasei franchi l'anno doveva servire non solo per mantenersi ma per pagare in parte gli studi. Forse non sarebbe mai uscito da quel piccolo mondo se un ricco commerciante del luogo Antonio Barezzi, appassionato di musica e uomo dal cuore d'oro, non gli avesse aperto le porte della sua casa, mettendogli a disposizione il pianoforte. A questo suo benefattore, Verdi sarà riconoscente per tutta la vita. La guida esperta del Provesi dava i suoi frutti e in breve tempo il maestro, resosi conto di avergli insegnato tutto quello che poteva insegnargli, convinse l'allievo che era ormai tempo di lasciare Busseto per iscriversi al conservatorio di Milano. La sfortunata prova al Conservatorio di Milano non aveva scoraggiato Verdi. Ottenuta con l'appoggio di Antonio Barezzi una borsa di studio, si era stabilito a Milano, studiando alla scuola di Vincenzo Lavigna, musicista di fama, e frequentando la Scala, il prestigioso teatro dove si rappresentano le opere più belle, interpretate dalle più famose voci del tempo. E così, mentre sempre più acuta si faceva la sua passione per il teatro, andava affinando anche la conoscenza della strumentazione e del canto drammatico. Nonostante i pochi soldi e i sacrifici, furono questi gli anni più belli della sua giovinezza. Un tenero idillio era nato con Margherita, la figlia maggiore del Barezzi, il quale era ben felice di accogliere nella sua famiglia quel giovane che ormai considerava come un figlio. Il matrimonio venne celebrato il 4 maggio del 1836 e fu allietato, nel giro di due anni, dalla nascita di una bambina e di un maschietto. Intanto Verdi aveva dato mano alla sua prima opera: Oberto, conte di S. Bonifacio che, rappresentata il 17 novembre del 1839 alla Scala, aveva conseguito un discreto successo. Di conseguenza, ottenne un contratto per altre tre opere. Era l'inizio di una promettente carriera. Ma un tragico destino fece sfumare tutti i suoi sogni e le speranze. La figlia Virginia era morta nel 1838, seguita a solo un anno di distanza dal fratellino Icilio Romano. Il 18 giugno 1840, fulminata da un attacco di meningite, moriva anche la moglie Margherita, dolce compagna dei suoi difficili esordi. Neppure tre mesi dopo, il ventisettenne Maestro, già provato da tante sciagure, vedeva giuseppe verdinaufragare nei fischi la sua seconda opera Un giorno di regno, un'opera buffa, scritta e terminata frettolosamente su insistenza degli organizzatori, durante questi tristi mesi. Solo, sfiduciato, Verdi desiderava abbandonare il teatro, Milano, per tornare a Bussetto, lontano da dove aveva conosciuto dolore e umiliazioni. Ma due persone che credevano fermamente nel suo genio, erano entrate nel suo destino: la cantante Giuseppina Strepponi e l'impresario della Scala Bartolomeo Merelli. Fu proprio quest'ultimo che, malgrado gli energici rifiuti di Verdi, cacciò nelle sue tasche il manoscritto di un libretto dal titolo "Nabucco". Verdi stesso raccontò in seguito che, tornato a casa, aveva gettato sul tavolo quasi con rabbia il plico e questo si era aperto proprio alla pagina in cui spiccava il verso: "Va' pensiero sull'ali dorate..." Fu come una rivelazione. Rapito dalla bellezza di quelle parole, dapprima con riluttanza, poi con sempre maggior interesse lesse, una, due, tre volte l'intero libretto, mentre sentiva che la musica, come per miracolo, tornava a nascere in lui generosa e viva. Nella primavera del 1842 la Scala decreta a Nabucco un'accoglienza trionfale.
Con Nabucco nasce il vero Verdi, il geniale compositore che per più di mezzo secolo avrebbe dominato da gigante le scene dell'opera lirica non solo, ma dato anche una voce e un canto allo stesso Risorgimento italiano. Per una singolare combinazione di lettere, il suo nome viene preso a simbolo di manifestazioni patriottiche: nel grido W VERDI!, si poterono sottintendere queste cinque parole: W Vittorio Emanuele Re D'Italia!.
Nella sua arte Verdi trasfuse oltre ai motivi romantici a lui congeniali, i motivi umani tratti da una sofferta esperienza di vita, l'impeto dei sentimenti e l'aspirazione a nobili ideali. Un'attività quasi febbrile caratterizza questo periodo della sua carriera: 1842, Nabucco; 1843,I Lombardi alla prima crociata; 1844, Ernani e i due Foscari; 1845, Giovanna d'Arco e Alzira; 1846, Attila; 1847, Macbeth e I Masnadieri; 1848, II Corsaro; 1849, La battaglia di Legnano e Luisa Miller; 1850, Stiffelio; 1851, Rigoletto; 1853, Trovatore e Traviata.
Milano, Roma, Venezia, Parigi, Pietroburgo, l'arte di Verdi conquista nel giro di pochi anni il mondo intero. Nel 1859 sposa Giuseppina Strepponi, ineguagliabile interprete delle sue opere, e nel 1861 è eletto deputato al Parlamento italiano. Dopo una sosta di quasi otto anni, durante la quale ha luogo una profonda maturazione del suo stile, nel 1871 viene rappresentata al Cairo, con un clamoroso successo, l'opera Aida, commissionatagli per festeggiare l'apertura del Canale di Suez. Gli anni volano, ma il Maestro,instancabile, produce quelle che sono considerate le sue opere più compiute. Dopo la Messa di Requiem, scritta per onorare la memoria di Alessandro Manzoni ed eseguita nella chiesa di San Marco a Milano, è la volta di Otello, rappresentata alla Scala nel 1886 e di Falstaff, terminata e portata sulle scene nel 1893, quando Verdi ha ormai compiuto ottant'anni.
Intanto molti amici cari sono ormai scomparsi, anche la devota Giuseppina lo ha lasciato, stroncata da una polmonite, sul finire del 1897. Il "gran vegliardo" sente la sua ora sempre più vicina e lascia scritto: "Ordino che i miei funerali siano modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno o all'Ave Maria di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele ed una croce". Morì a Milano, il 27 gennaio del 1901, all'età di ottantotto anni. I funerali si svolsero nel riserbo più assoluto, come desiderava. Ma quando un mese dopo la sua salma, insieme a quella di Giuseppina Strepponi, venne traslata dal Cimitero Monumentale alla cripta della Casa di Riposo per Musicisti da lui stesso fondata, una folla immensa seguiva i feretri, mentre l'orchestra e il coro della Scala, diretti da Arturo Toscanini, intonavano "Va' pensiero sull'ali dorate..".

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