Giotto

 

Non ci sono certezze a proposito della nascita di Giotto, ma la versione più nota e più amata dai toscani è quella secondo la quale il pittore nacque nel 1266 a Colle, presso Vespignano, in quella pittoresca valle del Mugello, vicino a Firenze, dove sarebbe nato anche, verso la fine del secolo seguente, un altro grande artista, Fra' Angelico. Quanto al nome di Giotto, si tratta probabilmente del diminutivo di un nome di battesimo, Ambrogiotto o Parigiotto. Un commentatore anonimo di Dante racconta che il padre del ragazzo, messer Bondone, aveva collocato il figlio come apprendista a Firenze, in un laboratorio di filatura della lana. Giotto, recandosi lì ogni giorno, si fermava alla bottega del pittore Cimabue. Quando Bondone chiese notizie del figlio al lanaiolo cui l'aveva affidato, questi gli rispose di non averlo visto da molto tempo. Bondone venne così a sapere che Giotto passava il suo tempo fra i pittori.
Il grande scultore Lorenzo Ghiberti, invece, nei suoi "Commentari", tanto preziosi per la storia dell'arte, riferisce un'altra versione. Cimabue, andando a Bologna, avrebbe incontrato fra i campi il giovanissimo Giotto, allora pastore delle greggi paterne, che, seduto a terra, disegnava dal vero una pecorella, tracciandone la figura su di una pietra. Ammirato, avrebbe chiesto il suo nome e si sarebbe fatto affidare il ragazzo da messer Bondone.
Giotto fu alla scuola di Cimabue dal 1280 al 1290 circa. Nello studio fiorentino, in mezzo agli orti di Santa Croce, Giotto imparò prima di ogni altra cosa i segreti del mestiere: la preparazione della mistura dei colori (occorreva avere cognizioni di mineralogia e di botanica). Nelle botteghe d'arte non si imparava soltanto a conoscere i colori, si svolgevano anche lavori manuali utilissimi. Per esempio si facevano pennelli fini di coda di cavallo o grossi di setole di maiale, e si preparavano colle di pasta, di pesce, di calcina e perfino di formaggio, per far aderire i colori alla tavola di legno su cui veniva dipinto il quadro. Forse il giovane Giotto approntò le colle e la tavola su cui Cimabue dipinse il suo capolavoro: la grande Madonna, che ora si trova nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Ma oltre alla pittura lo svelto apprendista amava in particolare l'architettura. Ai suoi tempi Firenze era tutta un cantiere e Arnolfo di Cambio stava costruendo edifici nobili, spaziosi e pieni di luce, ben diversi dalle pericolanti catapecchie di legno degli inizi del Duecento.
Certo, la bottega di Cimabue era frequentata anche dai giovani poeti che affermavano di voler comporre in un "dolce stilo novo", cantando l'amore e l'amicizia: tra loro c'erano Dante Alighieri e Guido Cavalcanti. Quella Firenze, insomma, piccola per numero di abitanti, era invece grandissima per la cultura, la voglia di vivere e la genialità della sua gente. I cronisti Dino Compagni e Giovanni Villani ci dicono che i fiorentini dei tempi di Giotto erano "pieni d'orgoglio, avidi di alte e grandi imprese". Fu tra questi uomini che Giotto crebbe e nel suo genio noi ritroveremo alcuni dei tratti caratteristici dello spirito toscano. Da questa vita forte e ardente conservò la propensione a una espressione drammatica e appassionata che si rivela in tutte le sue opere. Tenne gli occhi ben aperti sugli spettacoli incessanti che gli offrivano le campanile di giottostrade di Firenze: processioni, risse, feste.
Probabilmente prese parte, come Dante, alla battaglia di Campaldino, combattuta l'11 giugno del 1289, con la quale i Fiorentini vinsero Arezzo e il partito guelfo, e anche ai banchetti che seguirono, dove le donne, ci dicono le cronache, erano coronate di fiori in segno di gioia.
Purtroppo nessuna opera giovanile di Giotto resta a Firenze. Bisogna arrivare fino al 1298 per trovare nella sua biografia un fatto documentato. A questa data, secondo gli archivi, egli era a Roma al servizio del cardinale Giacomo Caetani di Stefaneschi, nipote del papa Bonifacio VIII e, per il compenso di 2200 fiorini, eseguiva un mosaico nella basilica di San Pietro, rappresentante Pietro che cammina sulle acque. Tale mosaico è andato quasi completamente distrutto. È rimasto, invece, intatto un polittico, cioè un quadro d'altare dipinto su legno e diviso dalla cornice in più scomparti, eseguito sempre per lo Stefaneschi.
Dopo Roma, la prima tappa fu Assisi. dove ferveva il cantiere della basilica consacrata a quel San Francesco che con il suo "Cantico delle Creature" e con tutta la sua esistenza aveva testimoniato una fede piena d'amore, di libertà e di poesia, in chiara opposizione con la religiosità cupa e punitiva del primo Medioevo.
I frati del convento chiesero a Giotto di affrescare le pareti della basilica con scene della vita del Santo. Di solito i pittori dovevano rappresentare nelle loro opere episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento, soggetti che già infinite volte erano stati tradotti in immagini, ma Giotto si trovò a dover raffigurare temi che mai ancora erano stati rappresentati, poiché Francesco era morto da pochi anni, nel 1226. Dovette quindi inventare una pittura nuova che riflettesse insieme la grandezza e la semplicità del Santo. Da questa necessità derivarono le ventotto scene, con momenti importanti nella storia di Francesco, che certo tutto il popolo conosceva e venerava.
Nei riquadri affrescati da Giotto, noi vediamo come la memoria delle gesta e dei miracoli del Santo fosse viva in quegli anni: Francesco non sembra prezioso e distante come i Santi dipinti dagli artisti bizantini, ma agisce nel mondo, fra vecchi e bambini, in mezzo ai suoi confratelli, che appaiono spesso stanchi o meravigliati. Egli predica agli uccelli, allestisce il primo presepe nella chiesa di Greccio, caccia i diavoli che si sono impossessati della città di Arezzo...
Quando Dante, nella sua Divina Commedia, immagina di percorrere il settimo cerchio dell'Inferno, vi incontra dei dannati seduti sul suolo che scotta, al bordo di un precipizio. Sono usurai e fra loro si distingue il padovano Reginaldo Scrovegni.
Costui, grazie all'usura, aveva accumulato immense ricchezze. Il figlio, Enrico Scrovegni, nel 1300 acquistò a Padova un terreno, dove si trovavano le rovine di un vasto anfiteatro antico che veniva chiamato Arena, e vi costruì un superbo palazzo di cui oggi non resta nulla. Era un uomo dolce e pio, che probabilmente si vergognava di aver ereditato una fortuna guadagnata in modo disonesto. Sulla sua proprietà esisteva una piccola cappella: egli la fece ricostruire, secondo le testimonianze di uno storico locale, per espiare i peccati di suo padre e liberare la sua anima dalle pene del Purgatorio. Ad affrescare quella cappella fu chiamato Giotto, la cui fama, dopo Assisi, era grande.
Giotto si trovava già a Padova, chiamatovi dai frati francescani, che avevano costruito un'altra basilica sulla tomba del secondo grande Santo dell'Ordine, Sant'Antonio. Ma dei suoi lavori nella sala Capitolare del convento niente è giunto fino a noi. Ci resta invece intatta la sua opera nella splendida cappella degli Scrovegni, la cui consacrazione avvenne nel 1306. Qui Giotto raccontò le storie della vita di Maria e del Cristo, con figure solide e piene, che occupano preziose architetture gotiche.
Sulle pareti della cappella Bardi Giotto ritrasse San Lodovico, vescovo di Tolosa, che era divenuto santo per decisione papale il 7 aprile del 1317. Lodovico era appartenuto alla famiglia reale degli Angiò e suo fratello Roberto sedeva ancora sul trono di Napoli. Fu re Roberto a chiamare Giotto nella città partenopea, dove già risiedevano altri artisti toscani, fra cui il poeta Cino da Pistoia.
Il pittore fu accolto con grandi onori, ma l'ambiente di corte, chiacchierone e di fasto ostentato, non doveva piacere a Giotto.
Possiamo pensare che egli condividesse la nostalgia per la sua terra che l'amico Cino esprimeva in una canzone: "Deh! Quando rivedrò il dolce paese di Toscana gentile dove il bel fiore si vede d'ogni mese?". Certo Giotto pensava ai campi che aveva acquistato nel Mugello e alla sua numerosa famiglia. Ebbe infatti otto figli e i soldi sembravano non bastare mai per condurre una vita decorosa.
Un giorno d'estate re Roberto, avvicinatosi al pittore che stava preparando i colori e vedendolo tutto sudato per la fatica e il gran caldo, gli disse: "Giotto, sio fussi in te, ora che fa caldo, tralascerei un poco di dipingere". Con amara prontezza Giotto rispose: "Ed io certo, s'io fussi voi!".
Nel 1331 a Firenze furono ripresi i lavori per la fabbrica di Santa Maria del Fiore e Giotto fu nominato capomastro del cantiere. Così l'artista potè coronare il suo antico sogno: diventare architetto. Ma questa grande gioia giunse un po' tardi: Giotto aveva ormai più di settant'anni e doveva badare a molte incombenze. Il Signore di Milano, Azzone Visconti, lo volle nella sua città a eseguire affreschi che sono andati perduti. Nel Commento alla Divina Commedia l'Anonimo fiorentino ci dice che Giotto commise due errori nel costruire il campanile: il primo, scegliendo una pietra troppo fragile per la base; il secondo, facendolo troppo "stretto". Ci dice anche che per questi sbagli provò tanto dolore che presto si ammalò e morì.
Forse si tratta di una leggenda: ciò che noi sappiamo è che Giotto morì l'8 gennaio del 1337, quando la torre campanaria, che ora porta il suo nome, si alzava, incompiuta, a pochi metri dal suolo.
ALLIEVI QUASI COME IL MAESTRO
Per tutta la vita Giotto fu subissato da "commesse di lavoro" da parte di re, pontefici, ordini religiosi, privati. Ed egli non rifiutò mai alcuna proposta, perché veniva pagato saporitamente e perché non disdegnava il denaro (acquistò case, terreni, poderi). Come faceva a far fronte a tante richieste? Grazie a un gruppo di aiutanti organizzatissimi e dì ottimo livello. Infatti, l'analisi di molte sue opere, in particolare degli affreschi, rivelano che Giotto si attribuì il ruolo dì ideatore: cioè egli preparava con molta cura i disegni e i suoi allievi ne erano gli esecutori materiali realizzando particolari più o meno importanti delle opere. È noto che parte degli affreschi di Assisi furono eseguiti mentre egli era a Roma. E si deve dire che non si notano notevoli discontinuità nello stile. Tutto ciò dimostra che Giotto seppe subito far scuola in modo mirabile.

(77) Francis Drake
(78) Fratelli
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Keplero
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014