Gioachino Murat

 

Dall'Alpi allo stretto di Sicilia si oda un grido solo: L'INDIPENDENZA D'ITALIA. ... Si tratta di decidere se l'Italia dovrà essere libera o piegare ancora per secoli la fronte umiliata alla servitù. ... Io chiamo intorno a me tutti... al fine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggano la FELICE ITALIA, L'INDIPENDENTE ITALIA.» Queste parole, che sembrano proprio una anticipazione del nostro Risorgimento, erano contenute in un proclama che fu emanato a Rimini il 30 marzo 1815: erano quelli i giorni in cui Napoleone, fuggito dall'isola d'Elba, marciava verso Parigi.
L'uomo che lanciò il famoso proclama di Rimini era suo cognato, Gioacchino Murat, re di Napoli, che stava tentando allora la sua ultima, disperata impresa.

LA VITA
Gioachino Murat nacque a Labastide-Fortunière (oggi Labastide-Murat), nella Francia meridionale, il 25 marzo 1767. Era figlio di un albergatore. Fin da giovane fu un tipo vivacissimo, intemperante. A vent'anni entrò nel reggimento Cacciatori delle Ardenne e si fece espellere per indisciplina poco tempo dopo, Nel 1791 entrò nelle guardie del re Luigi XVI, mentre già la rivoluzione stava per esplodere e Murat, naturalmente, si buttò subito fra i rivoluzionari. Divenne ufficiale degli Ussari; durante la giornata del 13 vendemmiaio (5 ottobre) 1795, nella quale i monarchici tentarono di rovesciare la Convenzione, si fece notare fra i più coraggiosi e sfegatati sostenitori di Gioacchino Murat re di Napoli ( 1767-1815 )Napoleone, incaricato di reprimere la rivolta. A Napoleone piacevano molto i tipi come lui e da quel giorno si decise il destino di Murat.

LA FULMINEA ASCESA
Nel febbraio del 1796, a ventinove anni, Murat fu nominato generale; proseguendo la rapidissima carriera, divenne aiutante di campo di Napoleone, che era a quel tempo capo dell'esercito d'Italia, e da allora fu praticamente il suo braccio destro. Lo segui nella spedizione in Egitto, dove combattè con un coraggio pazzesco; in seguito a ciò, venne promosso generale di divisione. Napoleone, nel dicembre del 1799, divenne primo Console, cioè in pratica, padrone assoluto della Francia. Murat, bell'uomo, audace, simpatico, anche se un po' spaccone, sposò sua sorella Carolina e divenne così cognato di Napoleone. La sua attività era frenetica, sembrava che presentisse di dover vivere poco. Partecipò alla battaglia di Marengo, comandò le truppe in Italia, fu governatore di Parigi. Alla battaglia di Austerlitz, nel 1806 (Napoleone era ormai imperatore dall'anno precedente), Murat combattè contro gli Austro-Russi, lasciando sbalorditi, per il suo coraggio, amici e nemici. Napoleone, ammirato e riconoscente, lo creò maresciallo dell'Impero; poco dopo Murat fu eletto principe imperiale, poi granduca. Nel 1808 fu luogotenente nella Spagna occupata dalle truppe francesi. Egli sperava di divenirne re, ma Napoleone era di altra idea: diede la corona di Spagna al fratello Giuseppe, che non la desiderava affatto, contento, com'era, di quella del Regno di Napoli (occupato dai Francesi nel 1805) e nominò re di Napoli Gioachino Murat.

MURAT RE
Murat trovò il Regno di Napoli in condizioni pietose: il popolo era ignorante e misero, il brigantaggio infuriava, gli ordinamenti erano ancora medioevali. Egli pensò tuttavia che, in fin dei conti, anche questa era una battaglia da vincere; e si mise all'opera con decisione. Gli ordinamenti e le leggi del Regno furono riformati e si introdusse il Codice napoleonico; l'amministrazione fu affidata a uomini capaci: fra l'altro è dovuta a Murat la fondazione del Banco di Napoli. L'agricoltura fu sviluppata moltissimo e l'istruzione ricevette grandi cure. Quanto al brigantaggio, le truppe francesi, non appena catturavano un bandito, lo appoggiavano al muro e lo fucilavano; Murat non ebbe misericordia: ai banditi più feroci, faceva tagliare le mani e li faceva condurre per i villaggi con le mani sul petto, appese a una cordicella.
Nel Regno che così rifioriva, cominciarono a nascere, fra gli uomini più evoluti, i primi pensieri di libertà, di indipendenza della Francia, anche se il regno di Murat era assai mite. Il Re, che era un uomo intelligente, sentì il sorgere di queste nuove idee; e anch'egli sperò, o meglio, si illuse di potersi staccare dalla ferrea autorità di Napoleone, per creare un regno indipendente. Lasciò che i sudditi sì illudessero; ma Napoleone, naturalmente, non poteva permettere questo, il Regno di Napoli doveva rimanere parte dell' Impero. Murat tentò di staccarsi da Napoleone, specialmente quando l'Imperatore, dopo la campagna di Russia, era al tramonto. Murat partecipò alla disgraziata campagna. Poi lasciò il comando delle sue truppe e si ritirò a Napoli. Cominciò a trattare con l'Austria e l'Inghilterra, perché gli riconoscessero la sovranità sul proprio stato; ma fu tutto inutile. Poi, venne il colpo di scena: Napoleone, relegato all'isola d'Elba, il 26 febbraio 1815 fuggì dall'isola e sbarcò a Cannes. Murat sì schierò al fianco del suo Imperatore. Con due corpi di spedizione avanzò nell'Italia centrale. Il 30 marzo, a Rimini, emanò il famoso proclama agli Italiani. Ma gli Italiani erano stanchi di guerre e avevano poca fiducia nell'antico vassallo di Napoleone: temevano che una sua vittoria li avrebbe ricondotti sotto il dominio della Francia; inoltre l'Austria era forte e la flotta inglese bordeggiava lungo le coste italiane.

L'ULTIMA SPEDIZIONE E LA FINE Pochi perciò raccolsero l'invito di Murat. Egli riuscì a giungere fino al Po. Ma gli Inglesi stavano per sbarcare a Napoli ed egli dovette tornare nel suo Regno, incalzato dagli Austriaci, che trasformarono la ritirata in un disastro completo. A Napoli, ormai abbandonato da tutti, Murat abdicò e partì per l'esilio in Corsica. Il 30 maggio, mentre Napoleone radunava le sue truppe per l'ultima battaglia, il Regno di Napoli tonò a Ferdinando di Borbone. il 18 giugno Napoleone fu definitivamente sconfitto a Waterloo.
Murat, l'indomabile, mentre Napoleone finiva a Sant'Elena, preparava ancora l'impossibile riscossa.
Il 12 ottobre 1815, con un gruppo di armati sbarcò sulle coste calabresi, vicinò a Pizzo di Calabria (Catanzaro). Il popolo non si sollevò, come sperava: perciò egli fu catturato dalla gendarmeria borbonica, processato da
un tribunale militare e condannato a morte. La mattina dopo fu fucilato. Morì da coraggioso, con la massima tranquillità: dinanzi al plotone, disse ai soldati: Mirate al petto e risparmiate il viso. Così, a quarantotto anni, il Re di Napoli chiuse la sua avventurosa vita. Durante il suo regno fece del bene; infatti ispirò sentimenti di patriottismo ai suoi soldati, i figli dei quali furono poi i valorosi combattenti del Risorgimento.

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