Marco Furio Camillo

 

A SOLI 20 KM a nord di Roma una città diventava sempre più grande e potente: era Veio. Essa apparteneva agli Etruschi, i più temibili avversari dei Romani. Era inevitabile che le due città fossero rivali e che quindi l'una desiderasse la distruzione dell'altra. Nel 406 avanti Cristo, i Romani, preoccupati dell'accresciuta potenza di Veio, cinsero d'assedio la città, decisi a piegarla per sempre.

LA PRESA DI VEIO
L'assedio dura ormai da dieci anni e Veio, posta sull'alto di una rupe e protetta da mura poderose, resiste ancora ai violenti assalti dell'esercito romano. Sfiduciati per i continui insuccessi, i soldati romani sono quasi sul punto di abbandonare la lotta. Allora il Senato affida il comando dell'esercito ad un uomo energico e coraggioso: Marco Furio Camillo. Egli si era distinto per coraggio nella guerra contro gli Equi, quando, incurante di una ferita alla gamba, si era lanciato ove più accanita si svolgeva la battaglia. Preso il comando dell'esercito, Camillo mostra subito di essere un abile generale: comprende che Veio non può essere presa d'assalto e mette in atto un piano arditissimo. Ordina che sia scavata una galleria sotterranea la quale, partendo dai piedi della rupe su cui si erge Veio, vada a sboccare entro le mura della città. La riuscita dell'impresa dipende soltanto dalla vostra abilità, dice Camillo ai soldati. Se i nemici se ne accorgono, tutti i nostri sforzi saranno inutili.
I soldati romani conducono con tale prudenza il rischioso lavoro che i cittadini di Veio non si accorgono di nulla. Prendete d'assalto le mura! ordina a un certo momento Camillo. I soldati rimasti ad assediare la città non si aspettavano certo un simile ordine. È dunque fallito il piano di Camillo? Niente affatto: è tutto calcolato. Mentre gli Etruschi accorrono sulle mura per difenderle dall'assalto nemico, i soldati romani, incaricati di scavare la galleria, possono terminare il lavoro e penetrare indisturbati nell'interno della città.
Quando gli Etruschi si accorgono in quale tranello sono caduti è ormai troppo tardi: i Romani stanno già incendiando la loro città. Camillo ha vinto: Roma si è finalmente liberata della temibile rivale. La vittoria su Veio fruttò ai Romani un immenso bottino e a Camillo, quale capo supremo dell'esercito, toccò assegnare a ciascun cittadino una parte di esso. Alcuni concittadini, invidiosi della gloria raggiunta da Camillo dopo la vittoria sugli Etruschi, accusarono il generale di aver spartito disonestamente il bottino. Sdegnato per tale calunnia, Camillo prese la via dell'esilio: si rifugiò ad Ardea, città dei Volsci, non molto lontana da Roma.
Intorno al 450 avanti Cristo i Galli, che abitavano l'attuale Francia, valicarono le Alpi e invasero la Pianura Padana, in cerca di nuove terre. I Liguri e gli Etruschi non riuscirono a fermare la loro avanzata e i Galli, saccheggiate le più belle città dell'Italia Settentrionale, si stabilirono nella regione oggi chiamata Romagna. Da lì, si volsero minacciosi contro Roma.

LA VITTORIA SUI GALLI
È il 390 avanti Cristo; sono trascorsi appena sei anni dalla dura lotta contro gli Etruschi di Veio e Roma è di nuovo in guerra: questa volta deve difendersi dall'avanzata minacciosa delle tribù dei Galli che hanno lasciato la Romagna. Sorpresi dall'inaspettato pericolo, i Romani non fanno nemmeno in tempo a organizzare l'esercito. A chi affidare il comando delle poche legioni che devono sbarrare il passo ai nemici? Ci vorrebbe Camillo; ma egli è in esilio. A 20 km da Roma, sul fìumicello Allia, i soldati romani affrontano i Galli. Ma dinanzi a quei feroci guerrieri, dalla gigantesca statura, quasi nudi, che avanzano a grandi salti mandando grida selvagge, i Romani sono presi dallo spavento e si danno a precipitosa fuga.
A Roma non si sa come far fronte al disastro: l'esercito non è pronto e non vi sono abili generali. Non rimane che abbandonare la città; solo un gruppo di uomini atti alle armi rimane a Roma, asserragliato nella rocca del Campidoglio. Trovata la via libera, i Galli entrano in Roma: la incendiano e la saccheggiano. Poi, cingono d'assedio il Campidoglio. Ben cinque mesi resistono gli assediati, ma alla fine devono arrendersi per mancanza di viveri.
I Romani, vincitori dei Volsci, degli Equi e degli Etruschi, devono ora ubbidire a un'orda di barbari. Dovete consegnarmi mille libbre d'oro ! ordina il Brenno (capo) dei Galli. Ai Romani non rimane che piegarsi alla volontà del vincitore. Sistemate nel Foro le bilance, si comincia a pesare l'oro. A un certo momento i Romani s'accorgono che le bilance sono alterate e che i Galli rubano sul peso. Protestano ; ma il Brenno, gettata la sua spada sulla bilancia, grida minaccioso: Guai ai vinti ! Ma chi sono quei cavalieri laggiù?... Quasi i Romani non credono ai loro occhi. Alla testa di un esercito, ecco giungere Furio Camillo. Non con l'oro, ma col ferro si riscatta la patria ! grida Camillo, rovesciando le bilance. E, data battaglia ai Galli, li costringe a fuggire precipitosamente. L'amor di patria ha fatto dimenticare a Camillo le ingiurie ricevute: formato in fretta un piccolo esercito con quelli che erano fuggiti da Roma, egli è corso a salvare la città.

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(81) Furio Camillo

(83) Galileo Galilei

 

 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014