Donato di Niccolò di Betto Bardi detto Donatello

 

NEL QUATTROCENTO, in tutte le città d'Italia si contavano a centinaia i cittadini che, dandosi da fare con le industrie e i commerci, avevano accumulato una bella fortuna.
Una volta raggiunto il benessere, questi bravi uomini d'affari ebbero l'ambizione di avere, assieme a tante altre cose, anche delle belle case, ornate di affreschi e di statue.
Questa volta raccontiamo la storia di un capolavoro che, a causa di uno di questi mercanti, fu creato e poi... distrutto.
Cosimo de'Medici, il signore di Firenze, era amico e protettore dello scultore Donatello. Un giorno gli presentò un mercante genovese, suo conoscente. Costui chiese a Donatello che gli modellasse una testa di bronzo. Donatello accettò l'incarico ed eseguì, secondo quanto si racconta, un'opera bellissima.
Giunto il momento di pagare, però, il genovese trovò eccessivo il compenso chiesto dallo scultore. Poiché la discussione andava per le lunghe si pensò di ricorrere alla mediazione di Cosimo. Cosimo era stato anch'egli un mercante, ma era colto e buon intenditore di cose d'arte; sapeva benissimo che l'opera di un vero artista, qual era Donatello, non poteva essere valutata con lo stesso metro di una partita di merci qualsiasi. Davanti a lui si riaccese la discussione. A un certo punto il mercante genovese uscì a dire che... in fondo in fondo... a voler guardare... più di un mese lo scultore non ci aveva lavorato attorno a quell'opera; e che, facendo i conti, l'artista veniva a guadagnare più di mezzo fiorino al giorno... Quell'uomo non poteva dire una villania peggiore! Non sapeva neppure che un'opera d'arte non si giudica in base al tempo occorso a produrla, ma per quello che l'artista vi ha messo dentro, di bellezza e di sentimenti. Donatello davanti a tanta mancanza di sensibilità perse il lume degli occhi e gridò al mercante che se in poco tempo l'aveva fatta, in meno tempo ancora l'avrebbe disfatta. Afferrò la scultura e la scagliò a terra, mandandola in pezzi. Poi, rivolto al mercante, gli disse chiaro e tondo: Voi siete bravo a mercatar fagioli, ma non statue.
E lo piantò in asso. Si narra ancora che, subito pentito, il mercante abbia pregato Donatello di rifare la scultura; e si dichiarò persino disposto a pagare il doppio di quello che l'artista aveva chiesto. Ma per quanto egli pregasse, e anche Cosimo cercasse di persuaderlo, Donatello non volle rifarla mai più.

LA VITA
L'episodio che abbiamo narrato ci pare che illustri abbastanza bene la personalità irruente e orgogliosa di Donatello, uno dei più grandi scultori che mai siano esistiti.
Donato di Niccolo di Betto Bardi, chiamato Donatello, nacque a Firenze, quasi certamente nell'anno 1386.
Era figlio di povera gente (suo padre faceva il cardatore di lana, mestiere comunissimo a Firenze) e restò per tutta la vita una persona modesta, desiderosa soltanto di possedere una casa, con l'orto e la vigna, e una bottega, dove poter lavorare in santa pace. Ma questo sogno dovette inseguirlo per tutta la vita; la casa riuscì a possederla, ma la godette ben poco. Questo dicono di lui due suoi contemporanei: È huomo ch'ogni picholo pasto è allui assai, e sta contento a ogni cosa » (è un uomo per cui un pasto frugale è più che sufficiente, e si accontenta di qualunque cosa). E un altro: «Uomo raro e semplicissimo in ogni altra cosa, eccetto che nella scultura. Il motivo di questa eccezione lo vedremo più avanti, parlando della sua arte.
Donatello trascorse la sua vita tra le città di Firenze, Pisa, Siena, Padova, in ognuna delle quali lasciò delle grandi opere. Numerosi sono i documenti che testimoniano i pagamenti fatti a Donatello dalle autorità del Comune e del Duomo di queste città.
Verso il finire della sua vita tornò a Firenze, dove godeva della protezione, o meglio dell'amicizia, di Cosimo de Medici, l'uomo più potente della città. Ed a Firenze, povero come era vissuto, morì il 13 dicembre 1466. C'è un certo discorsetto, che egli fece ai suoi parenti poco prima di morire, che vogliamo ricordare, perché descrive bene il suo carattere arguto e bonario. Cosimo gli aveva donato un podere, ma Donatello, dopo appena un anno, aveva cercato di venderlo, poiché non era in grado di sostenere le spese per accudirvi. Cosimo, saputolo, glielo lasciò e gli assegnò anche una rendita, perché potesse mantenerlo. Ora mentre Donatello stava morendo, gli erano attorno gli eredi ed egli li
sistemò tutti per bene con queste parole, che riportiamo testualmente per non guastare il sapore dell'antica parlata fiorentina: Non a voi, parenti miei, lascierò il podere, perché non gli avete fatto finora alcun bene, tranne il pensare di possederlo; ma al contadino che lo ha lavorato e che ci ha penato su, lo lascierò. Andate, cari, e siate benedetti.

LA SUA ARTE
Le prime notizie che si hanno della vita di Donatello ce lo presentano come garzone nella bottega di Lorenzo Ghiberti, un famoso scultore del tempo. Frequentando questo ambiente Donato ebbe la fortuna di conoscere quasi tutti i grandi dell'arte allora viventi: Luca della Robbia, Brunelleschi, Masaccio. Quel che non apprese frequentando costoro, lo apprese visitando, osservando e studiando ripetute volte le statue e i monumenti antichi, in Roma.
Ma, benché si dichiarasse entusiasta dell'arte antica, Donatello fu tuttaltro che un imitatore della scultura classica. Egli, anzi, fu un innovatore, un moderno. Egli non si accontentò di modellare belle figure in atteggiamenti maestosi o leggiadri, coprendole di drappeggi ben composti. Donatello, a tutte le figure ritratte nelle sue statue, cercò di dare un carattere, una personalità. Volle che i suoi personaggi esprimessero dei sentimenti e li suscitassero anche nell'anima degli osservatori. Ma per far questo non ricorse al facile espediente di atteggiare le sue figure in pose drammatiche o leziose, non cercò di dare ai visi delle espressioni forzate. Gli bastava imprimere un certo leggero andamento alla linea del corpo, dare più o meno risalto alla muscolatura di un braccio o alle vene di una mano, marcare una ruga del viso, rifinire o solo abbozzare un particolare dell'abito, perché le sue statue sembrassero non solo palpitare di vita, ma anche esprimessero un senso di giovinezza o di stanchezza, di forza o di saggezza, di dolore o di serenità.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014