Diocleziano Caio Valerio Aurelio

 

DURANTE L'IMPERO di Diocleziano avvenne un fatto straordinario: per la prima volta si videro dei cittadini dell'impero fuggire oltre i confini per andare a stabilirsi in territori controllati dai barbari. Da quando c'era Roma non s'era mai visto un fatto simile; anzi, si era sempre verificato il contrario, e cioè che dei barbari chiedessero la cittadinanza romana, per beneficiare dei diritti che spettavano a chi poteva vantarsi del titolo di cittadino romano. Come mai non era più così? Diocleziano era forse un tiranno crudele che sfruttava e atterriva i suoi sudditi? Tutt'altro; da molto tempo non s'era visto alla testa dell'impero un uomo tanto preoccupato del benessere delle popolazioni; nessun altro imperatore prese tanti e così gravi provvedimenti pur di salvare il barcollante edificio dell'Impero Romano. Da quell' attento osservatore che era egli aveva individuato le cause principali della decadenza e, da uomo pratico e positivo, aveva escogitato per ognuna un rimedio.Busto in marmo di Diocleziano

DA SEMPLICE SOLDATO A IMPERATORE
Da qualche tempo la maggior parte dei legionari e i più bravi generali venivano forniti all'impero dalle province balcaniche. Anche Diocleziano era originario di quelle parti, e precisamente veniva da Salona, in Dalmazia. Quale sia stata la sua famiglia non si sa con certezza. Entrò prestissimo nell'esercito e salì rapidamente tutti i gradini della carriera militare. Oggi lo si direbbe un generale venuto dalla gavetta, e si sa quanto questa qualità sia sempre piaciuta ai soldati di ogni esercito. Se poi uniamo le altre doti di Diocleziano: un carattere mite ma fermo nelle sue decisioni, nessuna ambizione personale e una formidabile resistenza al lavoro, possiamo capire come egli fosse divenuto l'idolo dei suoi soldati. Dato il costume dei tempi, non occorreva che una occasione propizia perché questi lo acclamassero imperatore. E questa si presentò nel settembre dell'anno 284, quando furono uccisi sia l'imperatore Caro in carica, sia il figlio di questi.
Il 17 settembre del 284 d.C. Caio Valerio Aurelio Diocleziano era dunque eletto, con tutti gli onori, nuovo imperatore di Roma.

UNA SOLUZIONE PER OGNI PROBLEMA
Appena assunto il potere, Diocleziano mostrò subito di voler andare a fondo nelle questioni che turbavano la vita dell'impero. Prima questione: l'impero era troppo vasto perché un uomo solo potesse tenersi al corrente di tutto, controllarne l'amministrazione, comandare tutti gli eserciti che spesso combattevano, contemporaneamente, su fronti lontanissimi. Occorreva ripartire il potere. E Diocleziano non esitò a scegliersi un collega. Nel 286 egli stesso consegnava le insegne del potere imperiale ad un suo fedele compagno d'armi, M. Aurelio Massimiano. Anche Massimiano era nativo della Balcania, ed era figlio di gente modestissima.
I due imperatori presero il titolo di Augusti e si ripartirono il territorio dell'impero: Diocleziano tenne le province orientali, con capitale Nicomedia, Massimiano quelle occidentali, con capitale Milano.
È dunque sulle spalle di Diocleziano che grava la pesante responsabilità di aver tolto da Roma la sede imperiale. La sua fu una decisione che influì grandemente non solo sul destino della città che era stata fino allora il centro del mondo, ma anche sul corso della civiltà nei secoli successivi.

IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE
Seconda questione, che periodicamente sconvolgeva tutta la vita dell'impero, era quella della successione al trono imperiale: ad ogni morte di imperatore sei, otto, quindici generali (una volta persino diciotto) si contendevano il potere a forza di battaglie sanguinose. L'esercito si indeboliva in inutili guerre, i nemici ne approfittavano, l'ordine interno andava a rotoli. E ogni elezione lasciava dei concorrenti sconfitti che poi tramavano per abbattere il rivale vittorioso e ben presto riuscivano a farlo trucidare per poter ricominciare a... litigare fra di loro. Diocleziano escogitò un sistema per rendere automatica e regolare la successione, senza tuttavia ricorrere al sistema ereditario, che in passato aveva dato pessimi risultati. Imperatori (poiché ormai gli imperatori erano due) dovevano divenire i due migliori generali, e sarebbero stati gli stessi imperatori in carica ad indicarli. Così Diocleziano e Massimiano scelsero subito i rispettivi successori: Galerio e Costanzo, due bravi generali che presero il titolo di Cesari. Cìascun Augusto affidò al proprio Cesare il governo e la difesa di una parte del proprio dominio. Galerio, il Cesare di Diocleziano, governava la Penisola Balcanica e altre province dell'Impero d'Oriente; la sua residenza era a Sirmio, sul Danubio. Costanzo Cesare di Massimiano, governava la Spagna, la Gallia e la Britannia e risiedeva a Treviri, l'attuale Trier, nella Germania occidentale.
Il governo dell'impero risultava così ripartito fra due Augusti e due Cesari; era un governo di quattro persone, e perciò fu chiamato tetrarchia (dal greco « tetra » = quattro e « arche » = comando). Alla morte dei due Augusti, i Cesari avrebbero preso il loro posto, divenendo Augusti, e avrebbero subito scelto due nuovi Cesari. Come si vede, si tratta di un ingegnoso meccanismo.
Diocleziano sperava, con la tetrarchia, di raggiungere due risultati: assicurare una successione ordinata e ripartire il governo del vastissimo impero fra quattro persone non rivali, ma interessate a sostenersi l'una con l'altra.Diocleziano viene venerato come un dio

L'IMPERATORE CONSIDERATO UN DIO
Diocleziano constatò che un'altra causa della decadenza dell'impero era la scarsa considerazione in cui era tenuta l'autorità dell'imperatore. Decise perciò di imporre un grande rispetto verso di sé, che era il più autorevole fra i due Augusti. Volle essere considerato il signore assoluto del mondo romano, e volle che gli si tributassero onori divini. Si circondò di una corte splendida e come saluto, invece del braccio teso, alla romana, pretese l'inchino, secondo la consuetudine dei re orientali. Indossò splendide vesti intessute d'oro e coperte di gemme; in capo portò un diadema. Questi princìpi lo costrinsero a ordinare feroci persecuzioni contro i cristiani, i quali naturalmente rifiatavano di riconoscere la sua divinità Pare tuttavia che gli spiacesse di dover prendere questi duri provvedimenti, e che persino sua moglie e sua figlia fossero fedeli seguaci della nuova religione.

SEVERISSIME LEGGI ECONOMICHE
Un'altra difficoltà che Diocleziano dovette affrontare fu quella di assicurare allo Stato l'enorme quantità di denaro necessario al mantenimento degli eserciti e della amministrazione.
Per risolvere questo problema egli mandò migliaia di funzionari in tutte le parti dell'impero. I beni di tutti i cittadini furono registrati e valutati. Una colossale organizzazione fiscale permetteva poi di ripartire qualunque spesa dello Stato fra tutti gli abitanti, in proporzione ai loro averi.
Naturalmente una così severa tassazione inasprì molte categorie di lavoratori, specialmente gli artigiani e i contadini. Fu in questo periodo, appunto, che si videro molti cittadini dell'impero andare a cercare una maggiore agiatezza fra i barbari.
Per rifarsi dalle tasse gravose, tutti coloro che producevano aumentarono i prezzi dei loro prodotti e così il costo della vita, nell'impero, andò sempre aumentando; gran parte della popolazione si stava riducendo in miseria.
Diocleziano cercò di rimediare anche a questo guaio ed emanò una singolarissima legge: una specie di calmiere universale, col quale si stabilivano i prezzi di tutte le merci, in tutte le regioni dell'Impero Romano.

UN'AMARA RISPOSTA
Diocleziano era immerso in questo mare di difficoltà (per non parlare delle continue minacce di invasione dei barbari) quando, improvvisamente, decise di ritirarsi a vita privata. Forse era un po' malandato in salute (aveva allora una sessantina d'anni), forse era stanco di sopportare tante responsabilità, forse ebbe la curiosità di vedere, da vivo, come sarebbero andate le cose dopo di lui. Una gran brutta curiosità, che non gli procurò altro che amarezze.
Il 1° maggio 305, a Nicomedia, presso una statua di Giove, Diocleziano si spogliò del manto dorato, del diadema e dello scettro, e li trasmise a Galerio, che diveniva così il nuovo Augusto. Nello stesso giorno, forse alla stessa ora, la medesima scena si ripeteva a Milano, dove Massimiano passava le insegne a Costanzo Diocleziano aveva voluto che anche il suo collega abdicasse con lui. Poi il grande imperatore si rinchiuse in un immenso palazzo che si era fatto erigere presso la sua città natale, dove oggi c'è Spalato. E non uscì più di là. Vi morì, infatti, otto anni dopo, nel 313. Inutile dire che neppure un anno dopo il suo ritiro fra i membri della nuova tetrarchia era già sorta la discordia. Altri pretendenti si aggiunsero e la guerra civile divampò di nuovo nell'impero. Diocleziano, chiuso nel suo palazzo, guardava imperterrito tutta la sua opera andare in rovina. Massimiano mandò a pregarlo' di intervenire; la sua autorità avrebbe forse potuto ristabilire l'ordine. Ma ai messaggeri che si erano recati a Spalato il grande imperatore rispose così: Se Massimiano vedesse che bellissimi cavoli, piantati con le mie mani, crescono nel mio orto, non mi chiederebbe di tornare alla vita politica. Pare una risposta scherzosa, ed è invece carica di amarezza. Per vent'anni aveva lavorato scrupolosamente, indefessamente per il bene dell'impero; se ora considerava più importante la sua tranquillità era perché aveva compreso che non si poteva fare più nulla dì utile.
La saggezza di Dìocleziano aveva cozzato contro una situazione storica che era ormai impossibile mutare. Il tramonto dell'Impero Romano era inevitabile. Al grande imperatore resta la gloria di aver fatto tutto il possibile per ritardarlo.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014