Dante Alighieri

 

Dante (1265-1321), figlio dì Alighiero (o Alagherio) di Bel lincione e di una Bella (forse della famiglia degli Abati), nasce a Firenze tra il 21 maggio e il 20 giugno del 1265. La famiglia, tradizionalmente guelfa e appartenente alla piccola nobiltà fiorentina, era in pieno declino economico a causa delle profonde trasformazioni sociali che avevano investito il capoluogo toscano, dove l'espansione dei traffici e dei commerci aveva avvantaggiato la nascente classe dei mercanti e degli artigiani. Giano della Bella poi aveva dato politicamente l'ultimo colpo, vietando all'antica aristocrazia l'accesso alla gestione pubblica. Dante sposò Gemma di Manetta Donati nel 1285 e ne ebbe tre figli e cioè lacopo, Pietro e Antonio (anche un quarto di nome Giovanni?).
Nella Vita nuova si legge che l'incontro con Beatrice avvenne per la prima volta nel 1274; quell'amore resterà il centro ispiratore di tutta la produzione poetica successiva. Notizie certe sui suoi studi giovanili non ce ne sono: la Vita nuova mostra una conoscenza approfondita dei testi sacri, una buona frequentazione dei testi aristotelici noti ai suoi tempi, una lettura attenta di quelli classici, specialmente di Virgilio, di Ovidio e di Orazio. Sempre facendo riferimento alla Vita nuova, è lecito ipotizzare una reale familiarità con poeti come Dante da Maiano e gli stilnovisti (in particolare con Guido Cavalcanti). Ugualmente legittima appare l'ipotesi che a questo periodo risalga la lettura dei poeti non toscani e di quelli provenzali. Non meno importante fu l'incontro con opere filosofiche come il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone, verso cui venne con molta probabilità indirizzato dal maestro Brunetto Latini, volgarizzatore di Cicerone, autore della Rettorica e scrittore del Trésor. Successiva a queste letture è la decisione di frequentare le riunioni presso i domenicani di S. Maria Novella e dei francescani in S. Croce, dove venne in stretto contatto con la filosofia di Alberto Magno e di Tommaso d'Aquino.
Contemporaneamente a questa crescita culturale, il poeta arricchisce la propria esperienza: dopo avere sancito la crisi del Dolce stil novo con la Vita Nuova, la ricerca sembra prendere corpo, con le Rime, in direzione di uno spregiudicato dante alighierisperimentalismo, con l'insegnamento di Arnaldo Daniello affiancato da componimenti giocati sull'allegoria civile e dottrinale. Nel frattempo anche la vita pubblica di Dante si fa più intensa: dopo avere combattuto a Campaldino contro i ghibellini (1289), nel 1294 molto probabilmente era stato fra i cavalieri che vennero scelti per celebrare la visita in città di Carlo Martello. A partire poi dal 1295, anno in cui vennero mitigati gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella con i quali si escludevano i magnati dal governo di Firenze, e quindi venne permesso ai piccoli nobili di ricoprire cariche pubbliche purché iscritti a una corporazione, Dante bruciò le prime tappe della carriera politica: nel semestre novembre 1295-aprile 1296 fece parte dei Trentasei del Capitano del popolo; dal maggio al settembre 1296 fu nel Consiglio dei Cento. La vita cittadina era attraversata da lotte fra la famiglia dei Cerchi (di umili origini ma arricchitasi con i commerci) e quella dei Donati (aristocratici), rispettivamente chiamati i Bianchi e i Neri. Dante, pur mantenendo fede alla sua scelta di moderazione, si schierò dalla parte dei Bianchi. Nel maggio del 1300 viene incaricato di un'ambasceria al Comune di San Gimignano per ottenere la partecipazione anche di quella comunità al rinnovo della lega guelfa, al fine di frenare la politica minacciosa di Bonifacio VIII. Dal 15 giugno al 15 agosto venne eletto priore, dall'aprile al settembre dell'anno successivo fu ancora nel Consiglio dei Cento. Mentre, infine, Dante era a Roma per cercare di rabbonire il papa, aperto sostenitore dei Neri, Carlo di Valois, accorso a nome di Bonifacio VIII quale mediatore fra le due fazioni, penetrò in città richiamando i Neri dall'esilio cui erano stati condannati. In data 27 gennaio 1302 Dante venne condannato al confino per due anni, alla perdita dei pubblici uffici e a una multa pecuniaria; poiché Dante non volle presentarsi a pagare, venne poi condannato a morte in contumacia. Iniziava così il ventennio di esilio. Nel 1302 era ancora in Toscana, a San Godenzo del Mugello, attivo in una congiura di parte bianca il cui comando era affidato a Scarpetta Ordelaffi. Ma il progetto fallì e il poeta si rifugiò prima a Forlì quindi a Verona, da Bartolomeo della Scala. Morto Bonifacio VIII e succedutogli Benedetto XI, molto più conciliante, Dante sperò in un accordo. Anche questo tentativo, capeggiato dal cardinale Niccolo Albertini, fallì. Avvertendo sempre più il proprio isolamento anche all'interno del gruppo di esuli fiorentini, cominciò ad affidare tutte le sue speranze a un provvedimento di grazia (scrive ora l'epistola Popule mee, quid feci tibi?, andata persa). L'esilio continuò sempre più doloroso, se possibile, dal momento che la stessa sua condanna venne estesa anche ai figli. Le tracce sono confuse, tuttavia nell'ottobre 1306 lo troviamo presso Franceschino Malatesta; nel 1307 (fino al 1311) è ospite, nel castello di Poppi nel Casentino, di Guido di Battifolle. In questo tempo nacquero in lui le illusioni su Arrigo VII (Enrico di Lussemburgo), sceso in Italia nel 1310 con un piccolo esercito per l'incoronazione. Si recò immediatamente a Milano, ma anche questa impresa fallì (Arrigo VII morì a Buonconvento nel 1313).
Stanco ma non arreso, nel 1314 scrisse ai cardinali italiani, presenti al conclave di Carpentras, perché eleggessero un papa italiano capace di ricondurre la sede pontificia a Roma, liberandola dall'oppressione francese. Nuova delusione (i cardinali lasciarono il conclave); una nuova speranza si riaccese nel 1315 quando la Signoria gli concesse la grazia, a condizione però che pagasse la multa e ammettesse pubblicamente le proprie colpe. Rifiutò, e rifiutò anche nell'ottobre di presentarsi perché la pena di morte fosse commutata in esilio. Il 6 novembre fu raggiunto da una nuova condanna, per cui se fosse stato catturato dalla Signoria sarebbe stato decapitato (e la medesima sorte sarebbe toccata ai figli). Dante si trasferì allora a Verona, da Cangrande della Scala. Qui rimase per quattro anni, fino a quando nel 1320 si portò a Ravenna. Sperava ancora in una possibilità di rientro in patria (magari dopo avere finito la Divina commedia); morì il 14 settembre 1321, sulla strada del ritorno da un'ambasceria fatta a Venezia per conto di Guido Novello.

LA TOMBA DI DANTE
Dante fu seppellito in un umile sepolcro nella chiesa dei Francescani a Ravenna.
Nel 1483 Bernardo Bembo, un illustre letterato, gli fece erigere uno splendido monumento, che ancora oggi si può ammirare. I Fiorentini tentarono più volte di avere le ossa del loro grande cittadino, ma i Ravennati, fieri di custodire nella loro città le spoglie mortali di uno tra i più grandi geni dell'umanità, si opposero sempre. Nel 1829 gl'Italiani, per onorare degnamente questo loro sommo poeta, gli eressero un sepolcro nella chiesa di Santa Croce a Firenze. In tale chiesa sono sepolti alcuni tra i più grandi geni italiani; ma il sepolcro di Dante è destinato a rimanere vuoto.

DANTE POETA
A quei tempi, gli studiosi si vantavano di scrivere e parlare ancora in latino e disprezzavano la lingua italiana, che veniva parlata dal popolo. Dante invece scrisse le sue migliori opere in lingua italiana e la portò a tale perfezione da meritarsi il titolo di padre della lingua italiana. Il suo capolavoro è la Commedia, che Giovanni Boccaccio apprezzò a tal punto da definirla divina. Da allora la grandiosa opera di Dante si intitolò Divina Commedia.
Nella Commedia Dante ci descrive un suo fantastico viaggio attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Con tale viaggio immaginario, il poeta vuole indicare la via che l'anima umana deve seguire per liberarsi dal peccato e raggiungere la beatitudine del Paradiso.

la prima pagina della divina commedia da una stampa del 1481LE OPERE
FATTI d'arme, partecipazione al governo, ambascerie, condanne, esilio: ce n'è abbastanza per dimostrare che un uomo ha partecipato attivamente alla vita pubblica del suo paese. E ce n'è pure abbastanza per concludere che quell'uomo non ha avuto a disposizione molto tempo per dedicarsi con profitto ad altre attività. Tale conclusione vale però se ci riferiamo a uomini comuni. Quando invece ci si trova di fronte a uomini eccezionali, cioè dotati di genio, la cosa cambia aspetto. Essi infatti sono in grado di affrontare con successo diverse attività contemporaneamente. Uno di questi uomini eccezionali fu Dante Alighieri. Egli infatti potè essere nello stesso tempo due cose diversissime: uomo d'azione e poeta. Gli impegni, le preoccupazioni e le sventure che gli derivarono dall'attività politica, non gli impedirono di compiere profondi e vastissimi studi. Dante Alighieri fu sommo poeta: il più grande che abbia avuto l'Italia e uno dei maggiori dell'umanità intera.

UNA STRAORDINARIA RICCHEZZA D'INTERESSI
Accade molto spesso che il capolavoro faccia quasi dimenticare le altre opere di un artista. Così è accaduto anche per Dante: egli è famoso soprattutto come l'autore della Divina Commedia, il suo capolavoro. Ma, oltre a questo poema immortale, Dante ci ha lasciato altre opere di grande valore. Basti dire che queste opere sono sufficienti per fare di Dante il più grande poeta del suo tempo. La diversità degli argomenti in esse trattati (teologia, filosofìa, politica, geologia, astronomia, ecc.) ci rivela quanti e quali problemi abbiano assillato la mente del sommo poeta. E fu proprio questa straordinaria ricchezza di interessi che gli diede la possibilità di creare la vera grande poesia: quella cioè che ha un contenuto altamente umano. Ed ora eccovi in breve il titolo e il contenuto delle più note opere di Dante Alighieri.

LA VITA NOVA: la prima grande opera di Dante, scritta in lingua italiana. Quando fu composta: intorno al 1294.
Questo libretto (Dante lo chiamò libello) è l'opera giovanile del grande poeta fiorentino. Non fu però la sua prima prova poetica: Dante aveva già composto parecchie poesie in lingua italiana. Il titolo dato al libello è significativo, il poeta vuole fare intendere che egli ha iniziato una nuova vita. Una vita migliore, ispirata al ricordo di Beatrice, la giovane donna che in vita aveva fatto innamorare il poeta per le sue doti spirituali. Nella Vita nova Dante esalta appunto le virtù di Beatrice e narra come è nato in lui il grande amore per questa donna. Beatrice, ritenuta da Dante un modello di perfezione, diverrà da quel momento l'ispiratrice di tutta la sua opera poetica.
La Vita nova comprende componimenti in versi e in prosa. L'amore per Beatrice ha ispirato a Dante alcune tra le sue migliori poesie. Il sonetto i cui due primi versi sono Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta è considerato, per la sua musicalità e purezza, uno dei più belli della lirica italiana.

IL CONVIVIO: un'opera che doveva comprendere tutto lo scibile. Quando fu composto: tra il 1304 e il 1307.
Secondo il progetto di Dante, l'opera doveva essere un'enciclopedia in 15 libri. Con essi il poeta si proponeva di trattare problemi di fìsica, filosofìa, politica, astronomia, ecc: insomma tutto quel sapere che egli aveva acquisito in lunghi anni di studio e di meditazione.
A quest'opera Dante volle dare un titolo simbolico. Lo derivò dal vocabolo latino « convivium » (=: banchetto), per significare che, con la sua opera, invitava al banchetto dello scienza coloro che erano desiderosi di sapere. E perché tutti potessero accedere a tale banchetto, egli volle scrivere la sua opera in italiano, la nuova lingua che veniva parlata dal popolo (allora le persone colte parlavano e scrivevano in latino). Dei 15 libri progettati, Dante ne scrisse però solo quattro: le preoccupazioni derivate dalla sua condizione di esiliato politico lo distolsero in quegli anni dagli studi. Sebbene così incompiuta, l'opera ci dimostra chiaramente quanto fossero ampie e profonde le conoscenze del poeta, in ogni campo del sapere.

IL DE VULGARI ELOQUENTIA: une energica difesa della lingua italiana Quando fu composto: intorno al 1305
È una delle opere che Dante scrisse in latino. II titolo, tradotto alla lettera, è questo: La lingua volgare (cioè l'italiano, cosiddetto perché era parlato dal vulgus, il popolo). Perché la scrisse in latino? Non si creda che egli fosse pentito di aver scritto le opere precedenti nella lingua parlata dal popolo. La ragione è questa: il De vulgari eloquentia doveva richiamare l'attenzione degli uomini dotti; e Dante sapeva che costoro prendevano in considerazione soltanto le opere scritte in latino. Possiamo essere certi che i dotti ci rimasero un po' male, leggendo l'operetta di Dante. È vero che aveva scritto in latino come loro, ma proprio con quell'opera egli si proponeva di convincerli ad abbandonare la lingua latina e ad usare ormai quella volgare. Con valide ragioni, Dante dimostrava che la lingua italiana era ormai degna di essere usata come lingua letteraria.

IL DE MONARCHIA: la opera politica di Dante. Quando fu composto: tra gli anni 1312 e 1313.
Questa è l'opera in cui Dante ha espresso il suo ideale politico. La scrisse in latino, perché desiderava che fosse letta anche dalle persone colte, il titolo dell'opera (= la monarchia) indica chiaramente lo argomento trattato dal poeta. Per Dante la monarchia è l'Impero. Con quest'opera egli si propose di dimostrare che l'impero è l'unica forma di governo che possa dare pace e giustizia ai popoli. Secondo Dante, l'imperatore non può mai divenire un tiranno, perché tutto possedendo, grazie alla sua massima carica, nulla può desiderare. Il poeta espone inoltre i motivi per cui solo a Roma spetta il diritto di essere la sede dell'Impero e quindi dell'imperatore.

LA «DIVINA COMMEDIA»: un grandioso poema in cento canti. Quando fu composta: dal 1307 fino a poco prima della morte (Dante morì nel 1321 a 56 anni d'età). Qual'è lo scopo dell'opera: Fine del tutto e di ciascuna parte è di rimuovere gli uomini viventi in questa vita dallo stato della miseria e condurli allo stato di felicità. Così lo stesso poeta indicava lo scopo detta sua opera. Per Dante, fervente cristiano, lo stato della miseria significava la vita peccaminosa, ed essere in stato di felicità voleva dire trovarsi in grazia di Dio. Ebbene, con la Divina Commedia, Dante si propose di indicare agli uomini quale sia la strada da seguire per salvarsi dal peccato. Che cosa significa il viaggio nell'oltretomba: II viaggio che Dante immagina di compiere attraverso i regni dell'oltretomba (Inferno - Purgatorio - Paradiso) ha uno scopo ben preciso: mostrare in quale condizione si trova la nostra anima dopo la morte, in base a come ci siamo comportati in questo mondo. Dante ci da una descrizione delle pene e dei premi che, secondo la suo fantasia, vengono assegnati alle anime nell'oltretomba. Inoltre, con l'immaginario viaggio, Dante vuole rappresentare il cammino che deve compiere l'anima umana per salvarsi: e cioè dal peccato, che corrisponde all'Inferno, l'anima giunge ad essere in grazia di Dio (Paradiso), attraverso la penitenza (Purgatorio).

Che cosa è la Divina Commedia: un poema. Come è scritta: in versi di undici sillabe (endecasillabi), in terzine. Quanti versi comprende: 14 233.
Come è suddivisa: in tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) di 33 canti ciascuna, più uno d'introduzione.
Titolo iniziale dell'opera: Commedia (l'appellativo di divina fu aggiunto poi dal Boccaccio).

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(49) David
Livingstone
 
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014