Lucio Quinzio detto Cincinnato

 

DOPO LA DISTRUZIONE di Albalonga, Roma era diventata la più grande e importante città del Lazio. I popoli vicini, invidiosi della sua potenza, tentarono più volte di penetrare nel Lazio e di occupare la città. Dopo aver combattuto vittoriosamente contro i Volsci e gli Etruschi, i Romani dovettero difendersi dagli attacchi di un altro popolo, che aveva sede a nord-est di Roma: quello dei fortissimi Equi.

È l'anno 458 avanti Cristo. Gli Equi, guidati dal loro capo Gracco Clelio, sono penetrati all'improvviso nel Lazio e, dopo aver occupato la cittadina di Corbione, si sono accampati sul monte Algido. Da un momento all'altro gl'invasori possono irrompere nella pianura e occupare tutto il Lazio. I Romani non si perdono d'animo: mandano immediatamente contro gli Equi un esercito, al comando del console Lucio Minucio. Ma ecco che, due giorni dopo, alcuni cavalieri dell'esercito di Minucio portano a Roma questa tremenda notizia: i soldati romani sono stati accerchiati dagli Equi e tra non molto cadranno prigionieri. Mai la città di Roma ha corso un così grave pericolo. I senatori vengono convocati d'urgenza: si attende da loro un'estrema decisione. Dopo febbrili consultazioni, decidono che solo un uomo può essere in grado di salvare la Repubblica: Lucio Quinzio, detto Cincinnato (= ricciuto). Cincinnato è un patrizio, ridotto in grande miseria per colpa del figlio Cesone che lo ha privato di tutti i suoi averi. Non possiede quasi nulla e vive ritirato in un suo piccolo podere sulla riva destra del Tevere. Gli ambasciatori del Senato, incaricati di comunicargli che è stato nominato capo supremo dell'esercito, lo trovano intento a guidare l'aratro. II Senato ti affida la difesa della Repubblica gli dicono gli ambasciatori. Saputa la decisione del Senato, Cincinnato abbandona l'aratro, indossa la toga e s'avvia con gli ambasciatori alla volta di Roma. Il mattino seguente, ancor prima dell'alba, Cincinnato raduna
tutto il popolo nel Foro. Ascoltate bene egli dice ciascun uomo atto alle armi si provveda immediatamente di viveri e di dodici pali: prima del tramonto ci metteremo in marcia. L'ordine sembra a tutti strano, ma nessuno osa contraddire Cincinnato e, prima di sera, l'esercito è pronto. In piena notte, dopo una marcia velocissima, i soldati romani raggiungono il monte Algido. Fermato l'esercito ad una certa distanza, Cincinnato avanza a cavallo per vedere tra le tenebre ove sia accampato il nemico. Poi, da inizio al suo piano: ordina ai soldati di circondare nel massimo silenzio gli Equi e, non appena compiuto l'accerchiamento, di alzare il grido di guerra e di piantare in fretta i pali che avevano portato l'uno vicino all'altro. Nel riconoscere il grido di guerra dei Romani, il console Minucio comprende a volo e lancia immediatamente i suoi soldati contro il nemico. Così, mentre gli Equi si difendono dall'attacco improvviso, i soldati di Cincinnato possono piantare tranquillamente i loro pali. Quando all'alba gli Equi si rendono conto di quanto è accaduto, rimangono esterrefatti: senza che se ne siano accorti, la situazione si è capovolta: sono essi ora gli assediati. Accerchiati e presi ormai tra due fuochi, agli Equi non rimane che arrendersi. Il piano rapidamente ideato da Cincinnato è pienamente riuscito; in tal modo la Repubblica è salva.
Cincinnato avrebbe potuto accettare le ricchezze che i Romani gli volevano offrire per ricompensarlo della splendida vittoria, ma da uomo modesto qual era, preferì ritornare al suo poderetto, contento di aver compiuto il suo dovere verso la patria. Cincinnato impose agli Equi delle condizioni molto dure: essi furono costretti a consegnare Gracco Clelio e tutti gli altri loro capi, dovettero sgombrare la città di Corbione e dare ai Romani tutto ciò che possedevano, persino le vesti. Ma non fu tutto. Cincinnato li costrinse anche ad una maggiore umiliazione: ordinò che ciascuno di essi, prima di essere lasciato ritornare in patria, passasse sotto il giogo.
Esso era formato da tre lance: due venivano piantate in terra e l'altra era legata trasversalmente a queste, in modo che un uomo non potesse passare in posizione eretta. L'umiliazione consisteva in questo: i soldati dell'esercito sconfitto, che dovevano passare sotto il giogo, erano costretti a piegare la schiena e quindi ad inchinarsi davanti ai vincitori.

(32) Carlo Martello
(33) Carlo Marx
(34) Carlo V
(36) Caterina
di Russia
(37) Cesare Battisti
(38) Cesare
Beccaria
(39) Cesare Borgia
(40) Charles Darwin
(41) Cincinnato
(45) Conte di
Carmagnola
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014