Aristide

 

UNA SERA, a teatro, veniva rappresentato un dramma di Eschilo. Ad un certo momento un attore recitò alcuni versi che
dicevano: « Egli non vuole sembrare giusto, vuole esserlo; dal suo animo germogliano, come grano da una fertile zolla, prudenza e saggezza ». Tutto il pubblico valse lo sguardo verso lo stesso punto, là dov'era seduto un uomo modestamente vestito, dal portamento nobile e dal viso onesto; in quell'uomo tutti riconoscevano il ritratto tracciato dai versi. Costui era l'ateniese Aristide, che per vita e costumi assomigliava più ad uno spartano che ad un cittadino di Atene. La sua onestà ormai divenuta proverbiale, la sua modestia e il carattere fermo gli valsero il raro appellativo di Giusto.

LA VITA
Aristide nacque ad Atene fra il 540 e il 535 avanti Cristo. Della sua giovinezza si sa molto poco. È certo comunque che egli, sin dalle prime cariche pubbliche che occupò, combattè la prepotenza, la corruzione e l'ingiustizia. Aveva poi una rarissima qualità: riconoscere il merito altrui e all'occorrenza sottostare a chi giudicava più adatto ad agire in quel frangente per il bene della patria. Così capitò, ad esempio, durante la battaglia di Maratona. Il grande esercito persiano guidato dal re Dario era sbarcato nella piana maratonese, a 42 chilometri da Atene; contro i cinquantamila persiani venne inviato un esercito greco piuttosto male equipaggiato; era però guidato da un condottiero di prim'ordine: Milziade. Ma costui doveva alternare il supremo comando con altri generali.
Era questa una saggia legge ateniese fatta allo scopo di impedire che qualche generalone si montasse troppo la testa sino a credersi un eroe indispensabile per la patria.
Proprio il giorno 'della battaglia di Maratona il turno di comando toccava ad Aristide e costui, da uomo onesto, riconoscendo le doti militari di Milziade, gli cedette il comando. E fu una fortuna per l'esercito greco. Soprattutto per l'abilità di Milziade, i Greci conclusero vittoriosamente la prima guerra persiana e Dario fu costretto a lasciare l'Attica. Dopo la battaglia, Aristide prese in consegna il tesoro del nemico e naturalmente lo riconsegnò tale e quale al governo. Tutti esaltarono l'onestà dell'ateniese. Erano cose che facevano forte impressione anche a quei tempi.
busto di aristide musei vaticani roma
LA CONTESA CON TEMISTOCLE
Aristide aveva in Atene un grande avversario politico: Temistocle. Questi sosteneva la necessità di allestire una potente flotta; Aristide invece, appoggiato dai nobili, avrebbe desiderato che i grossi capitali messi a disposizione dallo Stato fossero spesi per costruire fortificazioni a difesa del territorio dell'Attica. Si narra che la profonda rivalità che esisteva fra i due grandi uomini datasse dal giorno in cui ambedue si innamorarono della stessa fanciulla, una certa Stesilao di Ceo.
In realtà essi erano molto diversi. Temistocle, dotato di superiore intelligenza, era oratore brillante e astutissimo quanto privo di scrupoli; Aristide possedeva una maggiore fermezza di carattere, era onesto e giusto; egli aveva quelle qualità che. purtroppo, la gente ammira ma non ama. Fu facile per Temistocle vincere il proprio rivale, propugnatore di una politica di pace, in verità poco opportuna in quei mementi. Per mezzo di accuse infondate e false gli fece decretare l'ostracismo; un minimo di seimila persone doveva scrivere sopra un coccio il nome del cittadino che doveva essere mandato in esilio. Il numero di voti raccolti fu sufficiente per condannare il Giusto, e ciò non depone ad onore di quegli Ateniesi.
A tale proposito, lo storico Plutarco racconta questo aneddoto. Un ateniese analfabeta si rivolse proprio ad Aristide, non sapendo ch'era lui, per pregarlo di scrivergli sul coccio il nome di Aristide. « Perché — gli domandò Aristide — vuoi mandarlo in esilio? Ti ha fatto forse del male? » « Nulla — rispose quello — non lo conosco neppure, ma sono stufo di sentirlo chiamare dovunque il Giusto ».
Aristide, udito ciò, non rispose nulla, scrisse il nome sul coccio e glielo diede. Aristide tornò in patria dopo cinque anni, per l'amnistia concessa agli esiliati in occasione della nuova invasione persiana. Il grande ateniese fu ancora pronto a servire la sua patria. Partecipò alla battaglia navale di Salamina nel 480 e alla battaglia di Platea, che concluse vittoriosamente nell'anno successivo la seconda guerra persiana.
Le invasioni persiane avevano indotto le città greche a riunirsi in un'unica confederazione. C'era da stabilire la somma dei tributi che ciascuno degli alleati doveva versare annualmente al tesoro della lega. Questo compito venne affidato all'unanimità ad Aristide, che lo svolse con la consueta giustizia. Non solo, a lui venne affidata la custodia dell' intero tesoro che venne depositato nel tempio di Apollo a Delfo. Non c'è bisogno di aggiungere che non si verificò il minimo ammanco.
Non si conosce con precisione la data della morte di Aristide; si sa comunque che egli morì povero, tanto che lo Stato dovette provvedere alle spese dei funerali e venire anche in aiuto delle sue figlie e dei parenti.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 7-10-2014