Terza guerra punica

 

QUALUNQUE fosse l'argomento del suo discorso, il senatore Marco Porcio Catone lo concludeva invariabilmente con queste paróle: « E oltre a ciò io penso che dobbiamo distruggere Cartagine ». Questo ritornello i senatori romani se lo sentirono risuonare nelle orecchie per oltre un anno (dal 150 al 149 a. C). A dir la verità, non tutti i senatori erano d'accordo con il vecchio Catone. Secondo loro, Cartagine, battuta irreparabilmente a Zama e sottoposta a durissime condizioni (non poteva fare alcuna guerra, neppure in Africa, senza il consenso di Roma), non sarebbe stata più in grado di dare fastidio. Ma Catone, che aveva avuto occasione di visitarla, non la pensava affatto così: egli era rimasto impressionato dalla prosperità raggiunta dalla città ed era convinto che un giorno non lontano essa avrebbe di nuovo conteso a Roma il dominio del Mediterraneo. Alla fine il parere del vecchio senatore prevalse. Il Senato romano si decise a dare il colpo di grazia a Cartagine. Tuttavia, per salvare almeno la forma, si preoccupò di trovare un pretesto valido per poter dichiarare guerra alla sua antica rivale.

TROVATO IL PRETESTO
Lo stesso anno in cui il Senato romano decise la fine di Cartagine, si'presentò l'occasione per dichiararle guerra. Fin dal 157 avanti Cristo, questa città sopportava le scorrerie del re di Numidia (l'attuale Algeria), Massinissa (alleato di Roma), che voleva impossessarsi del territorio costiero dell'odierna Tripolitania, appartenente a Cartagine. Ma nel 149, stanchi di sottostare ai continui soprusi del re numida, i Cartaginesi decisero di reagire. Ne seguì una vera e propria guerra.
Era chiaro che Cartagine aveva impugnato le armi solo per difendersi. Ma il Senato romano non guardò molto per il sottile. Stabilì che la città aveva violato i patti di pace e che perciò meritava una lezione. Fu quindi deciso di dichiararle guerra. La lezione che l'antica rivale di Roma doveva aspettarsi era assai dura. Il Senato romano aveva ormai stabilito che essa venisse completamente distrutta.

L'INGANNO DEI ROMANI
Non appena vennero a conoscenza della deliberazione del Senato romano, i Cartaginesi furono presi dal terrore. Sapevano benissimo di non poter far fronte all'attacco dei loro avversari e che quindi per loro la guerra era perduta in partenza.
Tuttavia, poiché non sospettavano il terribile proposito del Senato romano, credettero che per placare la sua ira sarebbe stato sufficiente avanzare una richiesta di pace « a ogni condizione ». Furono quindi inviati a Roma in fretta e furia trenta ambasciatori. Il risultato della missione fu questo: il Senato romano promise che avrebbe discusso la pace a patto che i Cartaginesi consegnassero 300 ostaggi (scelti fra i giovani delle più nobili famiglie), tutte le armi e l'intera flotta da guerra. La consegna doveva essere fatta ai consoli romani, che intanto stavano dirigendosi in Africa con un poderoso esercito e con la flotta da guerra. Condizioni durissime che i Cartaginesi, pur di evitare la guerra, accettarono senza discutere. Avvenuta la consegna, i consoli romani fecero sapere che le condizioni di pace le avrebbero riferite a una commissione di senatori. Ai senatori cartaginesi, accorsi per udire le decisioni di Roma, i consoli romani rivolsero queste parole : « Vi lodiamo, o Cartaginesi, per aver consegnato con sollecitudine armi e ostaggi. Ora non vi resta che accogliere l'ultima intimazione del Senato. Andate a fabbricarvi un'altra città a parecchie miglia dalla costa. Noi abbiamo l'ordine di distruggere questa vostra Cartagine ! ». Mai Roma aveva trattato così subdolamente con i suoi avversari. Il grande odio verso l'antica rivale le aveva fatto mettere da parte la sua tradizionale lealtà.

RESISTENZA AD OGNI COSTO
Quando i Cartaginesi conobbero la tremenda decisione del Senato romano, si rifiutarono di obbedire e si prepararono a difendere la città a ogni costo. Poiché avevano consegnato tutte le loro armi ai Romani, diedero ordine alle officine militari di fabbricare in fretta e furia quante più armi potessero. Uno storico antico ci riferisce che le officine cartaginesi riuscirono a produrre giornalmente 100 scudi, 500 lance, 300 spade, 1000 proiettili per catapulte e un gran numero di macchine belliche. Poiché mancavano le corde per mettere in azione le catapulte, le donne cartaginesi non esitarono a offrire i loro capelli e al momento della battaglia vi parteciparono attivamente. Tutti gli uomini atti alle armi si posero alla difesa delle mura che cingevano la città. Cartagine era protetta da potenti fortificazioni, tanto dalla parte della terra quanto da quella del mare. La città si preparava a una resistenza disperata, che per tre anni immobilizzò l'esercito romano.

TRE ANNI DI ASSEDIO
II primo attacco delle legioni romane alle mura di Cartagine (primavera del 149 a. C.) si risolse in un pieno insuccesso. I Cartaginesi non solo respinsero tutti gli assalti degli avversari, ma riuscirono a distruggere un gran numero di macchine belliche dei Romani. A Roma, dove si era certi che Cartagine avrebbe ceduto al primo attacco, la notizia dell'insuccesso suscitò una vivissima impressione. Vennero immediatamente sostituiti i consoli che dirigevano le operazioni di assedio e furono inviate in Africa altre truppe. Nella primavera del 147, dopo due anni di assedio, i Romani non avevano ancora conseguito alcun notevole successo.
Allora il Senato romano, deciso a farla finita con Cartagine, mandò in Africa uno dei più abili condottieri del momento: Publio Cornelio Scipione Emiliano, nipote adottivo di Scipione l'Africano (il vincitore di Zanna). Quando Scipione Emiliano giunse in Africa la situazione dei Romani era piuttosto grave: 3500 legionari che avevano tentato di scalare le mura della città dalla parte del mare si erano fatti addirittura circondare dai Cartaginesi. Con un'abile manovra Scipione riuscì a salvarli. Quest'impresa gli valse la stima di tutto l'esercito. Una notte, dopo aver preparato con minuzia il piano di attacco, Scipione ordinò l'assalto dalla parte della terraferma. L'impresa riuscì in pieno: oltre 4000 legionari penetrarono nella città e ne occuparono la parte nuova, denominata Megara. I Cartaginesi si ritirarono nella « cittadella » (il vecchio quartiere della città).
Scipione intanto, dopo aver, bloccato tutte le vie di comunicazione terrestri, progettò un'opera colossale per bloccare la città anche dalla parte del mare. Ordinò di costruire una diga che si protendesse nel mare sino ad ostruire l'ingresso del porto. Ma prima che l'opera venisse compiuta, i Cartaginesi riuscirono a costruire un
canale in cui fare approdare le navi. Allora Scipione decise di tentare l'assalto alla città: l'attacco fu sferrato dalla parte del porto, dove essa era difesa soltanto da un terrapieno. L'impresa non fu affatto facile: ci volle tutta l'estate del 147 prima che i Romani riuscissero ad impadronirsi del porto di Cartagine.

LA FINE DI CARTAGINE
Un nuovo assalto in grande stile fu sferrato da Scipione nella primavera dell'anno successivo: esso fu diretto alla « cittadella », dove si erano rifugiati gli abitanti. Costretti a cedere, i Cartaginesi si asserragliarono nell'Acropoli, le cui case erano state trasformate in fortini. La tremenda battaglia, alla quale presero parte anche le donne cartaginesi, durò sei giorni consecutivi: i Romani dovettero espugnare le case od una ad una. Al settimo giorno, l'eroica resistenza dei Cartaginesi era terminata. La popolazione superstite si arrese. Scipione concesse a tutti la vita. Poi, per ordine del Senato, fece radere al suolo la città. Cosi finiva per sempre Cartagine, la città che, come scrisse Appiano (storico greco del II secolo dopo Cristo), « per settecento anni aveva dominato tanto mare e tante terre; la città così forte di animo che, anche privata della sua flotta e delle sue armi, seppe resistere per tre anni alla schiacciante potenza di Roma ».

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-01-2014