terza guerra per l'indipendenza

 

ERA LA MATTINA del 24 giugno 1866. La campana della vicina parrocchia di Villafranca aveva da poco scandito le sette e mezzo. D'un tratto si vide, sulla strada, fra i filari di gelso, un fittissimo, polverone. Era l'annuncio che un forte contingente di soldati austriaci stava avanzando: ben quattro squadroni di Ulani, i famosi lancieri polacchi, al comando del colonnello Rodakowschi, galoppavano a briglia sciolta contro gli Italiani, comandati da Umberto, figlio del re Vittorio Emanuele II. Il principe di Savoia non si perdette d'animo; ordinò ai suoi soldati di disporsi in quadrato per opporre una barriera di baionette che arrestasse l'impeto della carica nemica. Gli Ulani stavano per giungere: non arrestavano la loro corsa né i filari degli alberi, né gli ampi fossati, né il fuoco dei bersaglieri stesi a catena sui fianchi. L'urto fra le truppe fu tremendo e subito da ambedue le parti i morti furono numerosissimi; anche il principe venne ferito, ma continuò a dirigere il combattimento: la sua presenza e il suo comportamento coraggioso riempirono d'entusiasmo le truppe che resistettero immobili alla carica della cavalleria. Dopo due di queste cariche, gli Ulani, da 600 che erano, si ridussero a soli 200. Allora compresero che non sarebbero mai riusciti ad infrangere quel quadrato di uomini comandati dal figlio del Re. Rinunciarono all'impresa e si ritirarono inseguiti da due squadroni della nostra cavalleria. Fu questo uno dei tanti episodi della battaglia combattuta a Custoza nel 1866 fra l'esercito italiano e quello austriaco e conclusasi, nonostante questo ed altri episodi di valore, in modo sfavorevole per noi. Ma come mai, ancora una volta, gli Italiani si trovavano impegnati in una guerra contro il potente impero austriaco?

L'ALLEANZA ITALO-PRUSSIANA
La penisola italiana non era ancora del tutto liberata: le tre Venezie erano tuttora occupate dagli Austriaci. Il giovane Regno d'Italia non poteva dimenticare la sorte di quelle terre che desideravano essere italiane. Bisognava liberarle.
Per raggiungere questo scopo, l'Italia, che non era certo in grado di affrontare da sola l'imperiale esercito austriaco, si alleò con la Prussia. Questo Stato era in disaccordo con gli Asburgo d'Austria perché ambedue le potenze desideravano avere il predominio sulla Confederazione Germanica. Il patto d'amicizia italo-prussiano fu concluso l'8 aprile 1866; con esso si stabiliva che Italia e Prussia avrebbero combattuto insieme contro l'Austria e, in caso di vittoria, all'Italia sarebbe spettato il Veneto. L'Austria, saputo di questa manovra, per cercare di rompere l'alleanza, offrì, con la mediazione di Napoleone III, il Veneto all'Italia purché questa annullasse gli accordi con la Prussia. Il nostro governo, per mantenersi fedele ai patti conclusi, non accettò l'offerta e il 20 giugno scese in armi contro l'Austria a fianco dell'alleato.
L'esercito italiano non ottenne buoni risultati nel conflitto del '66: infatti, scontratosi col nemico a Custoza (proprio nello stesso luogo ove circa 20 anni prima Carlo Alberto era stato battuto dal Radetzky) subì una nuova sconfitta. Perché? Non per la viltà dei soldati, ma per la mancanza di organizzazione e per l'imperizia mostrata dallo Stato Maggiore. L'esercito era stato diviso in due parti, una affidata al capo di Stato Maggiore Alfonso Lamarmora, l'altra affidata al generale Cialdini. Questi due contingenti di forze non riuscirono mai ad agire con un comune piano d'azione per il disaccordo che regnava fra i due generali. Come se ciò non bastasse, l'esercito del Lamarmora, a Custoza, non costituì un corpo unico con cui opporsi al nemico, ma si frantumò in piccoli nuclei ognuno dei quali combattè una battaglia isolata: in definitiva la battaglia si trasformò in diversi piccoli fatti d'arme dai quali, in complesso, uscimmo sconfitti. L'Italia, dopo i fatti di Custoza, passò un momento veramente drammatico. L'Austria, saputo che sarebbe stata attaccata dalla Prussia, aveva pensato di ritirare tutte le sue truppe dal Veneto per concentrarle sul fronte prussiano. Gli Italiani, se non volevano correre il rischio di essere considerati dall'alleato degli inetti o forse anche dei traditori, dovevano assolutamente impedire al nemico questa manovra, tagliandogli la ritirata, e costringerlo a combattere contro di loro. Ecco il telegramma che il nostro capo del governo, Ricasoli, inviò al generale Cialdini per informarlo della situazione diplomatica in cui la nostra patria si trovava:quadrato di villafranca
FIRENZE 1 LUGLIO 1866 AL GENERALE CIALDINI,
LE COMUNICO COSA DI GRANDE RILIEVO E CHE MI TIENE AGITATISSIMO. GLI AUSTRIACI ABBANDONANO L'ITALIA E VANNO A RINFORZARE L'ARMATA DEL NORD PER RESISTERE CONTRO I PRUSSIANI. SE NON SI IMPEDISCE A QUALUNQUE COSTO E SUBITO UNA TAL COSA, L'ITALIA SARA' CHIAMATA IN MALA FEDE E DISONORATA, E INFINE LE CONDIZIONI DI PACE SARANNO PEGGIORI. PREGOLA PENETRARSI DI QUESTO FATTO E FARE OGNI POSSIBILE PER TAGLIARE LA RITIRATA AGLI AUSTRIACI.
Subito il Cialdini effettuò una rapida avanzata nel Veneto, verso l'Isonzo, ma, era ormai troppo tardi.
Ecco un altro telegramma, inviato con lo stesso scopo, all'ammiraglio Persano, capo della flotta sull'Adriatico.
ALL'AMMIRAGLIO,
È FATALE CHE ENTRO UNA SETTIMANA SIA DISTRUTTA LA FLOTTA NEMICA O OCCUPATA L'ISTRIA.

LA PRUSSIA E LA GUERRA DEL '66
Purtroppo, nonostante la disperata volontà di combattere e di riabilitarsi dinanzi all'alleato, le cose non andarono nel modo desiderato: quattro giorni dopo questo telegramma, la nostra flotta si scontrò con quella austriaca nelle acque di Lissa e ne fu duramente battuta. Stupefacenti vittorie riportò, invece, la nostra alleata: la Prussia. L'esercito prussiano, a capo del quale era il generale Moltke, sbaragliò quello austriaco a Sadowa (3 luglio 1866), impressionando il mondo con una dimostrazione di stragrande potenza. Moltke giunse fino a 15 chilometri da Vienna; dopo una tale vittoria, il governo prussiano, senza interpellare l'Italia, concluse a Nikolsburg un armistizio con l'Austria. Di conseguenza anche il nostro esercito dovette cessare le ostilità; così fu fermata l'avanzata del Cialdini. La pace definitiva venne conclusa a Vienna il 3 ottobre 1866: essa concedeva alla Prussia il predominio sugli sta-terelli germanici e stabiliva che il Veneto fosse ceduto a Napoleone, che l'avrebbe poi gentilmente donato all'Italia. L'Italia uscì amareggiata da questa guerra che tuttavia ci fruttò la liberazione del Veneto.
Ma altre terre, il Trentino e la Venezia Giulia, che avrebbero potuto, in una così favorevole occasione, venire facilmente liberate, rimasero ancora in possesso dell'Austria.

I FATTI DI BEZZECCA
Nella terza guerra per l'indipendenza vi fu, però, chi ci donò almeno una vittoria: e fu, sarebbe inutile dirlo, il solito formidabile Giuseppe Garibaldi. All'eroe era stato affidato dal Re un corpo di volontari che doveva operare nella zona alpina. L'esercito garibaldino, dotato del tradizionale coraggio, svolse egregiamente il suo compito; scontratosi con l'esercito imperiale a Bezzecca, lo sconfisse e mosse direttamente verso Trento. Purtroppo però il generoso nizzardo dovette interrompere la sua azione vittoriosa: un telegramma lo avvertiva che le ostilità con l'Austria erano cessate. Garibaldi, con molto dolore, ma con altrettanto senso di disciplina, telegrafò al Re: « Ho ricevuto dispaccio 1072. Obbedisco ». Anche in questa occasione la sfortuna si accanì contro di noi, annullando quello che eravamo riusciti ad ottenere.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-01-2014