La rivoluzione francese

 

IL REGNO DI LUIGI XV
Luigi XVI di Borbone occupò il trono di Francia a soli vent'anni, succedendo al padre Luigi XV morto nel 1774. Il regno di Luigi XV aveva portato la Francia sull'orlo del disastro a causa di guerre dispendiose, delle spese per la fastosa Corte di Versailles, dell'incapacità di molti funzionari e dello stesso sovrano.
Purtroppo il giovane Luigi XVI non era né acuto né energico quanto sarebbe stato necessario. Era un brav'uomo: religioso e mite, affettuoso con i suoi, a suo modo desideroso di giovare al Paese. Ma non era nato per fare il re. Preferiva lasciar fare ai ministri e alla moglie, la frivola e spendacciona Maria Antonietta d'Austria. Era felice quando poteva andare a caccia e ancor più quando si chiudeva nel suo laboratorio di fabbro ferraio. La situazione della Francia era visibilmente squilibrata. Ventisei milioni di francesi, o poco meno, mantenevano nel lusso una stretta minoranza di privilegiati. Tra questi erano i nobili: circa 400 000 persone, cui erano riservate tutte le cariche più importanti.
L'intera società era organizzata in modo da garantire a questi pochi "fannulloni" privilegi non solo ingiusti in se stessi, ma tali da creare enormi ostacoli allo sviluppo economico, sociale e civile di una Potenza quale la Francia poteva essere. E quale la sua forte, intraprendente borghesia voleva che fosse.
L'aristocrazia, cioè l'insieme dei nobili, costituiva uno dei Tre Stati (o ceti, o classi sociali) su cui era fondata l'organizzazione dello Stato francese. Il primo era rappresentato dal clero. O meglio, dal cosiddetto alto clero: cardinali, vescovi, abati, tutti usciti dalle famiglie nobili. Solo in terre, la Chiesa era proprietaria di circa un decimo del territorio nazionale. Il clero aveva il diritto di riscuotere una tassa (la decima), ma praticamente non ne pagava alcuna. Solo ogni cinque anni esso votava un dono gratuito al re, quasi a sottolineare che non aveva alcun obbligo nei confronti dello Stato, di cui tuttavia godeva l'organizzazione e i servizi.
Quello che portava il peso di tutta la Francia era il Terzo Stato, la parte attiva e laboriosa del Paese. In primo luogo comprendeva la borghesia, di cui facevano parte avvocati, medici, imprenditori, banchieri, armatori di navi, grandi e piccoli commercianti, artigiani, insegnanti...
Cioè tutti coloro (questo è importante) che già avevano nelle loro mani l'economia del Paese e di fatto possedevano il cosiddetto potere politico. Cioè non comandavano, non decidevano,
contavano relativamente poco, in quanto le alte cariche erano riservate ai membri dell'aristocrazia. E fu questa borghesia ricca di denaro, di idee nuove, di forza, a prendere la guida della rivoluzione. Come già era avvenuto in Inghilterra un secolo prima, la rivoluzione francese rappresentò un grandioso voltar pagina storico: tramontò la supremazia assoluta della classe dei nobili e si affermò, potentissimo, il potere della borghesia.
II Terzo Stato comprendeva anche la massa degli operai, dei piccoli artigiani, dei popolani più umili, costretti a lavorare senza che nulla e nessuno tutelasse i loro interessi. Comprendeva pure gli abitanti dei paesi più piccoli e della campagna, i quali dovevano sottostare ad antiquate leggi feudali intese a sfruttare il loro lavoro, senza concedere alcun beneficio. Se la minoranza borghese intellettuale fu il cervello della rivoluzione, la massa di questi altri membri del Terzo Stato ne fu il braccio, la forza d'attacco e di difesa delle conquiste che furono effettuate.
Ma presto, come vedremo subito, anche tra questi due elementi rivoluzionari si aprirono duri contrasti.
IL PASSATO FINISCE QUI
«Sua Maestà desidera che, fin dalle terre estreme del suo regno e dalle più modeste abitazioni, a ciascuno sia dato modo di far giungere fino a Essa i suoi voti e i suoi reclami.» Re Luigi XVI, a suo modo, aveva cercato di frenare la terribile crisi che sconvolgeva la Francia. Iniziò saggiamente, con un gesto destinato a tastare il polso del Paese. Ma con questo diede il via a un processo rivoluzionario da cui egli stesso, la moglie, i figli e migliaia di altre persone finirono tragicamente travolti.
Di fronte al disastro economico del Paese, il re aveva incaricato abili ministri di predisporre piani di salvataggio: bisognava far pagare tasse e imposte a tutti, abolire le spese superflue e i privilegi... Ma i privilegiati, nobili e alto clero, non ne volevano sapere. Nel 1781 il ministro Jacques Necker aveva presentato un rendiconto che diceva al re tutta la verità: la Francia era ormai a un passo dalla bancarotta. Luigi XVI emanò un'ordinanza grazie alla quale autorizzava i sudditi a presentargli lamentele, lagnanze, richieste, osservazioni, proposte, a denunciare ingiustizie e abusi... Gli uffici di Versailles furono sommersi da un'alluvione di cosiddetti cahiers de doléances ( quaderni di lamentele). Per trovare un rimedio il re risuscitò un'istituzione che non s'era più fatta funzionare dal 1614: gli Stati Generali. Si trattava di un'assemblea, una specie di concilio generale della Nazione, in cui si riunivano i rappresentanti eletti delle tre classi sociali (o Stati) in cui era divisa la società francese. Gli Stati Generali si riunirono solennemente il 5 maggio 1789 a Versailles.
II re presiedeva la riunione dei delegati dei tre Stati. Complessivamente i rappresentanti dei primi due, clero e aristocrazia, erano 561; 578 erano invece rappresentanti del Terzo Stato. Tra questi ultimi c'erano circa 200 tra avvocati e uomini di legge; un centinaio di banchieri, commercianti, industriali; una cinquantina di ricchi proprietari terrieri; e non mancavano scienziati, scrittori, insegnanti. Erano totalmente assenti, invece, i rappresentanti dei piccoli artigiani, degli operai, dei contadini.
Subito scoppiò un'accanita discussione sul modo in cui si sarebbero votate le future decisioni: per testa, cioè a ogni uomo un voto, oppure per ordine, ossia un solo voto attribuito a ciascuno dei tre Stati? Nel primo caso, i rappresentanti del Terzo Stato avrebbero avuto la maggioranza. Nel secondo, l'avrebbero avuta i primi due, tra loro coalizzati.
Visti inutili i tentativi di sbloccare la situazione, il Terzo Stato si decise per un'azione di forza. Consapevoli di rappresentare la maggioranza dei francesi (il 96% della popolazione) e di avere la maggioranza numerica, i delegati popolari si ritirarono e si auto-proclamarono Assemblea Nazionale. L'intento dell'Assemblea, ormai, non era più solo quello di combattere la crisi economica. Andava oltre: preparare una Costituzione, ossia un insieme di leggi e di principi fondamentali dello Stato, che avrebbe profondamente modificato il governo e la stessa società francese.
Naturalmente né Luigi XVI né i privilegiati che l'attorniavano gradirono questa novità.
Con il pretesto di restauri urgenti, il re fece sbarrare le porte della sala delle riunioni degli Stati Generali. I rappresentanti del Terzo Stato si riunirono allora in una palestra che serviva per il gioco della pallacorda.
Qui essi giurarono di non separarsi più finché la Francia non avesse avuto la sospirata Costituzione. Fu questo il famoso Giuramento della Pallacorda (20 giugno 1789), che infine trascinò in ballo anche gli altri due Stati. Infatti, dopo aver tentato in tutti i modi di sciogliere l'assemblea, Luigi XVI ordinò al clero e ai nobili di partecipare all'elaborazione di un testo costituzionale per... limitare i danni. Appunto per ciò l'assemblea, ritrovata una forzata concordia, mutò nome e si chiamò Assemblea Costituente.
II re fece precipitare la situazione. Licenziò il ministro delle finanze Necker, i cui progetti di riforma erano ben visti dal popolo. Tenne un atteggiamento di diffidenza e quasi di sfida nei confronti dell'Assemblea. Soprattutto, concentrò attorno alla capitale delle truppe, con l'intento di soffocare con la forza delle baionette quella che considerava ormai una ribellione. Il popolo parigino, esasperato dalla carestia, insorse.presa della bastiglia
Il 14 luglio (oggi festa nazionale francese) diede l'assalto alla Bastiglia, un'antica torre-fortezza-prigione che per i parigini costituiva il simbolo della tirannide e del potere assoluto. L'odiata Bastiglia venne espugnata e rasa letteralmente al suolo.
La rivoluzione attiva era cominciata: indietro non si poteva tornare. L'Assemblea istituì una Guardia Nazionale per la difesa armata delle conquiste rivoluzionarie e adottò il tricolore azzurro-bianco-rosso, che univa al bianco dei Borbone i colori rosso e azzurro della città di Parigi. Intanto nelle campagne il furore dei contadini si scatenava contro le abitazioni dei nobili, che furono devastate e saccheggiate, e contro gli stessi antichi padroni, spesso massacrati.
Nella notte del 4 agosto fu votata la definitiva abolizione del sistema feudale e delle sue ultime tracce in Francia e il 26 dello stesso mese la famosa Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, fondamento assoluto delle future Costituzioni e della moderna concezione democratica. Essa stabilì i diritti fondamentali di cui deve godere un essere umano: diritti che gli appartengono per natura e non perché concessi da un potente. Tra questi, il diritto alla libertà in tutte le sue forme; l'eguaglianza di tutti di fronte alla Legge e, infine, chiamando ciascuno al dovere di fraternità e di solidarietà, il principio della sovranità popolare: in un paese libero è il popolo il depositario del potere.
LA FRANCIA DIVENTA REPUBBLICA
Invece di accontentarsi del ruolo che la Costituente gli stava preparando, il re preferì fuggire e, travestito da modesto borghese, cercò di raggiungere la frontiera orientale. Qui l'attendevano truppe fedeli, con l'aiuto delle quali egli sperava di rientrare a Parigi da vincitore, dopo aver soffocato la rivoluzione con le armi. Non ci riuscì. Presso Varennes fu scoperto, arrestato, riportato a Parigi.
Si usò una certa generosità nei suoi confronti. Luigi XVI fu sospeso per tre mesi dalle sue funzioni, ma poi fu accettato di nuovo come numero uno della Francia. Giurò fedeltà alla Costituzione, che nel frattempo era stata approvata (14 settembre 1791). Grazie a essa, la Francia diventava la prima monarchia costituzionale sul continente. Al re spettava il potere detto esecutivo: era il capo del governo, firmava le leggi e le ordinanze, le faceva eseguire, era il capo dell'esercito, della marina, della polizia e via dicendo. Il potere legislativo, cioè quello di emanare le leggi, spettava all'Assemblea che era formata dai rappresentanti eletti dal popolo. Per questo l'Assemblea ex-Costituente, portato a termine il suo lavoro, fu sostituita da una Assemblea Legislativa, più o meno l'equivalente del nostro Parlamento.
Luigi XVI trovò all'esterno potenti amici disposti ad aiutarlo. In particolare il re di Prussia e l'imperatore d'Austria misero in campo poderosi eserciti per dare una mano al buon Luigi. La Francia reagì in modo sorprendente: contro questo tentativo esterno di abbattere la rivoluzione, dichiarò guerra per prima!
Strana situazione, se si pensa che lo stesso re e molti generali (gli stessi nobili pre rivoluzione) speravano di vedere la Francia sconfitta e gli austro-prussiani vincitori: questi avrebbero rimesso tutto in ordine, come se la rivoluzione non fosse mai scoppiata.
Con tali premesse, la guerra partì malissimo per i francesi: sconfitte e rovesci, rovesci e disastri. Neanche all'interno le cose andavano bene.
La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo proclamava solennemente l'eguaglianza e la libertà di tutti i cittadini. Ma nei fatti la nuova Costituzione limitava a un ristretto numero di persone il diritto di voto, e quindi la possibilità di partecipare alla vita politica. Costoro erano i cosiddetti cittadini attivi, perché grazie alle loro ricchezze pagavano tasse relativamente consistenti. Solo loro potevano votare ed essere eletti alle varie cariche. Questi cittadini attivi erano quei famosi borghesi che abbiamo già visto in cerca del potere: in maggioranza alla Costituente, avevano congegnato il meccanismo elettorale in modo da prendersi tutto il potere. Gli altri operai, contadini, artigiani e piccolissimi commercianti, popolani erano i cosiddetti sanculotti (sanscutotfes), quelli che indossavano sformati pantaloni invece delle culottes o brache attillate e strette sotto il ginocchio, tipiche dei nobili e dei ricchi borghesi. Ma anche i sanculotti avevano fatto la rivoluzione.
In quel periodo si erano creati naturalmente diversi partiti o clubs. Quello che maggiormente raccoglieva le idee estremiste dei sanculotti era il partito dei Giacobini, così chiamati dal fatto di riunirsi nell'ex-convento di S. Giacomo, ormai sottratto ai preti. L'altro gruppo, anch'esso di arrabbiati, era quello dei Cordiglieri, che si riunivano nell'ex-convento dei Cappuccini (Cordeliers). Li guidavano energici personaggi: Maximilien Robespierre e
Louis Antoine de Saint-Just, per i primi; Georges Jacques Danton e Jean-Pierre Marat per i secondi, autentici protagonisti della fase più dura della rivoluzione e tutti finiti tragicamente, come divorati da essa.
II malcontento popolare crebbe e finalmente deflagrò con la furia di una
bomba. Esasperata per l'atteggiamento del re, per i disastri militari, per la fame, il 10 agosto 1792 una folla in armi prese d'assalto la residenza reale delle Tuileries, a Parigi; Luigi XVI si salvò rifugiandosi presso l'Assemblea Legislativa.
I Giacobini pretesero e ottennero però che l'Assemblea sospendesse il re dalle sue funzioni. Il sovrano con la sua famiglia venne imprigionato nella Torre del Tempio, una tetra fortezza prigione ancor oggi esistente.
Ormai gli arrabbiati erano padroni del campo e dettavano legge. L'Assemblea venne sciolta e furono indette per la prima volta elezioni generali a suffragio universale, ossia con il voto di tutti i cittadini. L'organo che venne così eletto prese il nome di Convenzione Nazionale: i capi giacobini lo controllavano.
II primo atto della Convenzione Nazionale, insediata il 21 settembre 1792, fu l'abolizione della monarchia. La Francia diventava una Repubblica. Fu un giorno di festa a Parigi. Non solo perché la rivoluzione ripartiva con slancio sorprendente. Ma anche perché in quello stesso giorno giunse dal fronte una notizia quasi incredibile: il giorno prima, il 20 settembre, dopo tanti insuccessi, le truppe francesi, le cui fila erano state rinforzate da contingenti di entusiasti rivoluzionari, e finalmente guidate da valenti ufficiali, avevano sbaragliato a Valmy il temibile esercito prussiano. Dopo questo primo incoraggiante successo le milizie rivoluzionarie travolsero ogni resistenza, inflissero ripetutamente perdite ai nemici, occuparono addirittura il Belgio e, a sud, Nizza e la Savoia.
Entusiasmo a Parigi e sgomento in tutte le altre capitali: la Francia, ormai dominata dal demonio rivoluzionario, stava forse esportando la sua rivoluzione in tutta l'Europa?
IL TERRORE E LA FINE DELLA RIVOLUZIONE
II secondo atto della Convenzione fu il processo e la condanna a morte del deposto Luigi XVI.
Egli fu ritenuto reo di cospirazione contro la libertà della Nazione e di attentato contro la sicurezza dello Stato.
II 21 gennaio 1793 l'ex-re venne ghigliottinato a Parigi. All'esecuzione del re seguì poco dopo quella di Maria Antonietta, di un numero altissimo di nobili, di veri o sospetti simpatizzanti per Vancien regime ( l'antico ordine). Quei fatti suscitarono sdegno in tutta Europa. La Francia si trovò ancor più isolata. L'Inghilterra, infatti, si era data da fare per raccogliere contro di lei una coalizione la prima di molte che schierava, oltre all'Austria e alla Prussia, anche Spagna, Olanda, Portogallo, Russia.
La coalizione rischiava di travolgere l'intera Francia. All'interno la popolazione risentiva degli enormi disagi di quegli anni, anche perché la famosa crisi economica era ben lungi dall'essere risolta.
In più, i cittadini si sentivano ormai minacciati da disordini, eccidi, violenze che si ripetevano in ogni parte del Paese. In alcune regioni si formarono movimenti armati
anti-rivoluzionari. Di fronte alla tempesta, i capi giacobini divennero ancora più duri. Il governo effettivo fu assunto da un ristretto Comitato di Salute Pubblica, in cui Robespierre, dopo aver eliminato Danton (che finì sulla ghigliottina), agì praticamente da dittatore. Furono mesi durissimi, tragici, ricordati come il periodo del Terrore (1793-94): un bagno di sangue accompagnò i pur innegabili successi della Convenzione e della dittatura dell'Incorruttibile Robespierre.
La Convenzione, infatti, realizzò alcuni obiettivi positivi. Fu ridata la libertà alla Francia non solo liberandola dalle truppe nemiche che l'avevano occupata, ma anche spazzando via decisamente senza pietà ogni traccia del potere dispotico dei sovrani assoluti.
Inoltre si cercò di applicare una maggiore giustizia nei confronti dei coltivatori delle terre un tempo di proprietà dei nobili e del clero. Queste terre erano state confiscate e vendute. Così, a un piccolo numero di ricchissimi proprietari si era sostituito un numero elevato di proprietari coltivatori, che divennero i più tenaci difensori della rivoluzione in quanto da essa avevano tratto vantaggi concreti. Venne inoltre votata una legge che stabiliva l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita. Si cominciò anche ad avviare un lavoro di riforma dei Codici delle leggi.
Quale fu il prezzo pagato per questa autentica e profonda opera di modernizzazione?
Il periodo del Terrore accompagnò un'opera di rivoluzionamento generale, che andò dalla moda degli abiti alle abitudini quotidiane; dall'abolizione dei titoli nobiliari e del signore e signora (sostituiti con cittadino, cittadina) alla foggia delle pettinature, sempre più scapigliate; dalla riforma dei nomi dei mesi del calendario all'introduzione di una strana religione (il culto dell'illuministica dea Ragione o dell' Ente Supremo sorta di divinità astratta) al posto del Cristianesimo.
Le chiese cristiane furono spesso profanate e i sacerdoti perseguitati, a meno che non si dichiarassero pubblicamente entusiasti sostenitori della Rivoluzione.
Terribile fu soprattutto il sangue sparso in quei mesi.
Una incivilissima Legge dei sospetti (1794) stabiliva che era sufficiente venire sospettati senza prove come nemici della Rivoluzione per finire dritti sulla ghigliottina. È facile immaginare quante migliaia di persone, sovente vittime di vendette private, finissero su quell'orribile strumento definito di giustizia.
In seno alla Convenzione, diversi borghesi moderati erano preoccupati sia degli eccessi sanguinari del Terrore, sia soprattutto dell'enorme potere acquistato dalle classi popolari. Essi ordirono una congiura chiamata congiura di Termidoro, perché attuata il 9 Termidoro, corrispondente, secondo il calendario rivoluzionario, al 27 luglio 1794.
Di sorpresa, i congiurati arrestarono Robespierre. Nella lotta che ne seguì questi cercò di uccidersi sparandosi un colpo di pistola in bocca, ma il colpo fu in parte deviato. Già moribondo, il giorno successivo venne ghigliottinato insieme a venti dei suoi seguaci più fedeli, tra cui vi era anche l'implacabile Saint-Just. Con la morte di Robespierre finì il Terrore. E finì anche la fase più accesa, popolare della Rivoluzione. Le forze moderate della ricca borghesia riebbero il sopravvento e presero le redini del governo.
I borghesi moderati che avevano fatto fuori Robespierre e, con lui, le idee rivoluzionarie più radicali, ripresero il potere con fermezza.
Diedero vita, il 26 ottobre 1795, a un nuovo regime e stabilirono una nuova Costituzione detta dell'anno terzo (anno terzo della repubblica). Essa aboliva significativamente il suffragio universale. Il voto veniva nuovamente concesso soltanto a un limitato numero di cittadini attivi, dotati cioè di un reddito ragguardevole.
II governo effettivo venne affidato a un Direttorio composto di cinque membri che rimanevano in carica per cinque anni con la sostituzione, ogni anno, di un membro. L'affiancavano una camera dei deputati (Consiglio dei Cinquecento, perché 500 erano i membri da eleggere) e un Consiglio degli Anziani un senato, diremmo oggi cui spettava il compito di predisporre le leggi, cioè di esercitare il potere legislativo. La borghesia aveva dato l'avvio alla rivoluzione; la borghesia la concludeva occupando con i propri rappresentanti i posti principali della macchina dello Stato. E già essa stava allevando il suo campione: un giovane militare d'origine italiana, o meglio còrsa, che rispondeva al nome di Napoleone Bonaparte.

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Brescia Venezia
(26) Rivoluzioni
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(28) Roma
conquista Taranto
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d'indinpendenza
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punica
(34) Rivoluzione
francese
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-01-2014