resistenza di Brescia e Venezia

 

« FECI APRIRE un terribile bombardamento sulla città. Comandai che non si facessero prigionieri e fossero immediatamente trucidati tutti coloro che venissero colti con le armi alla mano, e fossero incendiate tutte le case da cui venisse sparato ». "Così scrisse il generale austriaco Haynau nell'aprile del 1849. La sfortunata città era Brescia. Che cosa avevano fatto i bresciani per attirare su di loro tanta ferocia? Secondo l'Austria essi si erano macchiati di una gravissima colpa: quella di essersi ribellati alla sua dominazione per riconquistare la libertà.

INSURREZIONE POPOLARE
II 12 marzo 1849 Carlo Alberto prese la grande decisione : inviò al governo austriaco un messaggio col quale disdiceva l'armistizio firmato nell'agosto dell'anno prima. Nell'imminenza della nuova lotta, l'Austria ritirò in fretta e furia buona parte delle sue truppe, dislocate nelle città lombarde, per schierarle contro l'esercito di Carlo Alberto. Da Brescia, per esempio, tutta la guarnigione austriaca fu ritirata. Rimasero soltanto 500 soldati. Questi si stanziarono nel Castello (nella parte alta della città). La notizia dell'imminente ripresa della guerra, fece capire ai bresciani che era giunto il momento di agire. In lunghe colonne percorsero le vie cittadine al grido di « Morte agli Austriaci! ». I più arditi si diedero a distruggere tutte le insegne austriache. Era chiaro che tutto il popolo era ormai deciso a lottare per liberare la città dall'oppressione straniera. Era il 23 marzo dell'anno 1849.

DIECI GIORNI DI EROICA RESISTENZA
Venuto a conoscenza dell'insurrezione popolare, il comandante del presidio austriaco diede inizio al bombardamento della città. Per due giorni, e cioè per tutto il 24 e il 25 marzo, i cannoni del « Castello » continuarono a tuonare. I bresciani tennero duro: li sosteneva il pensiero che le truppe di Carlo Alberto, già entrate in Lombardia, potessero giungere in loro aiuto da un momento all'altro. Ma nella notte del 25 marzo si venne a sapere come stavano realmente le cose: Carlo Alberto era stato irreparabilmente battuto a Novara (23 marzo). Tutta la Lombardia tornava così sotto la dominazione dell'Austria. Brescia avrebbe quindi dovuto aprire le porte alle truppe nemiche. Ma i bresciani non vollero darsi per vinti e si prepararono a difendere la loro città. Animatore della difesa fu Tito Speri, un giovane mazziniano che aveva combattuto come volontario nella prima guerra per l'indipendenza (anno 1848). Il primo scontro con le truppe austriache avvenne a Sant'Eufemia, una grossa borgata poco lontana da Brescia. Dopo un giorno di accanito combattimento, gli Austriaci furono costretti a segnare il passo. A Brescia intanto tutto il popolo si preparava alla difesa: furono innalzate barricate e vennero murate le porte della città.
Il 26, il 27 e il 28 marzo furono altre tre giornate di durissimi combattimenti, durante i quali i bresciani compirono veri e propri atti di valore. Appostati sulla Torre del Popolo, alcuni valorosi riuscirono a tenere a bada a colpi di fucile gli Austriaci stanziati nel « Castello ». Decisi a spuntarla, gli Austriaci chiesero rinforzi: il 30 marzo giunse un battaglione al comando del generale Haynau. Il mattino dopo questi inviò a Brescia due soldati con un messaggio: chiedeva ai cittadini di arrendersi entro mezzogiorno, altrimenti avrebbero dovuto aspettarsi « l'assalto, il saccheggio, la devastazione e l'estrema rovina ». Per niente spaventati da tali minacce, i bresciani decisero di continuare la lotta. Per tutta la giornata essi sostennero i ripetuti, violenti attacchi del nemico che cercava ad ogni costo d'impadronirsi della città. Visto inutile ogni tentativo, il generale Haynau non esitò a ricorrere a mezzi inumani: diede ordine ai suoi soldati di dare fuoco alle case e di trucidare senza pietà donne, bambini e chiunque fosse trovato con armi indosso. Non per nulla il generale ebbe l'appellativo di « iena di Brescia ». Come se ciò non bastasse, decise di sottoporre la città a un terribile bombardamento. Sempre decisi a combattere, i bresciani resistettero ancora. Ma se lo spirito dell'intera popolazione era alto, mancavano però i mezzi per continuare la lotta. Infatti ai primi d'aprile, per mancanza di viveri e di munizioni, furono costretti a cedere. Per tale accanita, eroica resistenza, la città di Brescia si meritò il titolo significativo e glorioso di « Leonessa d' Italia ».

LA DISPERATA RESISTENZA DI VENEZIA
TUTTI DECISI A RESISTERE
Quando a Venezia giunse la notizia della sconfìtta di Novara, Daniele Manin, presidente della Repubblica, convocò immediatamente l'Assemblea (Venezia si era liberata degli Austriaci il 23 marzo 1848, in seguito a un'insurrezione popolare). Dopo aver dichiarato che la situazione della città era ormai disperata (gli Austriaci infatti avevano già occupato Mestre e stavano avviando grandi contingenti di artiglieria verso la città di Venezia), Daniele Manin rivolse ai rappresentanti della Repubblica questa domanda: « L'Assemblea vuole resistere al nemico? ». Alle parole del Presidente i membri dell'Assemblea si alzarono in piedi di scatto e tutti insieme esclamarono: « Sì, resisteremo ad ogni costo! ». Subito dopo fu redatto il seguente decreto: « Venezia resisterà all'Austriaco ad ogni costo. Il presidente Manin è investito di poteri illimitati ». La deliberazione venne immediatamente pubblicata perché venisse portata a, conoscenza del popolo. Nello stesso tempo ne fu mandata una copia al generale Haynau, che, dopo aver selvaggiamente represso la rivolta di Brescia, si preparava a dirigere l'assedio di Venezia.

CINQUE MESI DI LOTTA ACCANITA
II primo attacco austriaco si ebbe alla fortezza di Marghera, l'unica difesa di Venezia dalla parte della terraferma. Venti giorni di accanito bombardamento ridussero la cittadella a un cumulo di macerie. Nella notte del 26 maggio gli eroici difensori di Marghera furono costretti ad abbandonare le loro posizioni. Si ritirarono sul ponte ferroviario che unisce la città alla terraferma. E su quel ponte, trasformato in fortezza, essi respinsero per tre mesi tutti gli assalti degli Austriaci. Ma, nonostante l'eroismo dei suoi difensori, la situazione di Venezia si faceva di giorno in giorno più grave: assediata per mare (Haynau aveva fatto bloccare la laguna con la flotta) e per terra (tutto il Veneto era in mano austriaca), la città non poteva rifornirsi di viveri e di munizioni. Inoltre, ad aggravare la situazione, scoppiò improvvisamente una terribile pestilenza: il colera. Nei mese di luglio gli Austriaci decisero di dare inizio a un attacco in grande stile. Per tre settimane la città fu sottoposta a un tremendo bombardamento. I veneziani però non cedettero: si era sparsa la voce che Garibaldi con i suoi volontari sarebbe giunto da un momento all'altro in loro aiuto. Inoltre, Manin aveva promesso che la flotta veneta avrebbe affrontato quanto prima quella austriaca per cercare di rompere il blocco, ma a metà agosto la situazione apparve disperata: Garibaldi non sarebbe più giunto; la flotta della Repubblica aveva dimostrato di non essere in grado di affrontare quella nemica; i viveri e le munizioni diventavano sempre più scarsi; il colera infuriava sempre più. In tali condizioni ogni resistenza apparve ormai inutile, il 22 agosto, dopo cinque mesi di eroica lotta, Venezia si vide costretta ad arrendersi. La libera repubblica di San Marco ritornava sotto il dominio tirannico dell'Austria. Daniele Manin e gli altri animatori della resistenza presero la via dell'esilio.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-01-2014