Spedizione dei mille

 

PRIMAVERA DEL 1860. Il piccolo Stato sabaudo ha da poco concluso vittoriosamente la II guerra d'indipendenza e si è annessa la Lombardia. Qualche mese dopo, nell'Italia centrale, scoppiano numerose rivoluzioni. Capeggiate con fermezza da Bettino Ricasoli, in Toscana, e da Carlo Farini, nel Ducato di Parma e Modena, queste rivolte ottengono rapidamente lo scopo desiderato: malgrado la opposizione dell'Austria, riescono a far annettere al Piemonte la Toscana, l'Emilia e la Romagna. Solo il Veneto, lo Stato Pontificio e l'Italia meridionale restano, così, ancora sottoposti agli antichi sovrani. Ma già in Sicilia i più attivi patrioti preparano una nuova rivolta per sottrarsi anch'essi al dominio borbonico. Il 4 aprile scoppia a Palermo una vera rivoluzione armata, che viene però soffocata dalle forze della polizia borbonica. Visto fallire questo tentativo di sottrarsi da soli alla tirannia dei Borboni, i Siciliani mandano a Torino un loro giovane rappresentante, Francesco Crispi; egli ha l'incarico di incontrarsi con Garibaldi e di invitarlo, a nome del popolo siciliano, a capeggiare un'azione armata in Sicilia. Perché Crispi non si rivolse addirittura al Governo piemontese? Perché questo sarebbe stato costretto a rispondere con un rifiuto: i Borboni, infatti, godevano della protezione della Francia e dell'Austria e queste nazioni non avrebbero permesso certamente che si invadessero i territori del loro alleato. Cavour, però, informato dei progetti di Crispi e Garibaldi, fece intendere che avrebbe segretamente appoggiato l'impresa. Pose però bene in chiaro che il Governo piemontese doveva apparire a tutti i Governi stranieri completamente estraneo fino al suo compimento.

L'IMBARCO DEI MILLE
È la sera del 5 maggio 1860. Da Genova, prendendo la via del Bisogno e la strada di Porta Pila, escono degli uomini. Sono legionari di Garibaldi che si recano al luogo del raduno. Due sono i luoghi scelti per il convegno: la foce del Bisogno e Quarto. Mentre qui si radunano i primi volontari, Bixio, con una quarantina di uomini, si avvia verso la darsena di Genova. Sono le 21,30. Intorno alle navi « Piemonte » e « Lombardo », di proprietà della Società Rubattino, ormeggiate al molo, si muovono furtivamente alcune ombre. I marinai di guardia ai piroscafi fingono di non vedere nulla. I poliziotti di ronda hanno avuto l'ordine, certo per disposizione di Cavour, di girare altrove. Ad un tratto dall'oscurità emergono dieci, venti, trenta figure umane che, con le rivoltelle in pugno, costringono i marinai dei due piroscafi ad accendere le caldaie e a prepararsi alla partenza. L'impresa è riuscita. Domani tutti crederanno che una banda di briganti si sia impadronita con la forza dei due navigli. Ma in realtà tutto era già predisposto. Era stata la Società Rubattino stessa a mettere a disposizione dei Mille il « Piemonte » e il « Lombardo ». A che era servita allora tutta la messa in scena di Bixio? Era servita ad evitare che l'Austria, quando fosse venuta a conoscenza dell'impresa di Garibaldi, si vendicasse con la Società Rubattino, escludendola magari dai suoi porti.
l'impresa dei mille
LO SBARCO A MARSALA
È l'alba dell'll maggio 1860. Il Piemonte ed il Lombardo sono giunti in vista delta Sicilia. Garibaldi dalla tolda del Piemonte scorge da lontano le coste dell'isola. Ma purtroppo agli occhi della vedetta appaiono anche tre grosse navi da guerra borboniche; fortunatamente sono ancora molto lontane. Il viaggio procede, ma ogni cuore è in ansia e gli sguardi dei legionari confrontano continuamente le distanze che li separano dalla costa e dalle navi nemiche. Giunti in prossimità della riva, si aggiunge un'altra sgradita sorpresa: Garibaldi, portatosi il cannocchiale agli occhi, ha scorto altre due navi da guerra, alla fonda nel porto di Marsala. Le Camicie Rosse imbracciano i fucili; gli artiglieri si portano ai pezzi e preparano le micce. Ma il viso di Garibaldi si illumina di un sorriso: le navi ormeggiate nel porto non sono borboniche, ma inglesi; un piano audace, per ingannare la flottiglia borbonica che sta per sopraggiungere dal largo, si fa strada nella sua mente. Da ordine che il Piemonte e il Lombardo entrino rapidamente nel porto di Marsala e ormeggino vicino alle navi inglesi; la flotta borbonica, per timore di colpire queste navi neutrali, non avrebbe certo osato aprire il fuoco. Così, con l'inconsapevole protezione... delle navi inglesi, avvenne, senza alcun problema, lo sbarco dei Mille nella città di Marsala. Solo un telegrafista del porto potè notare tutta la manovra ed informare dell'accaduto il quartier generale dell'esercito borbonico, a Trapani.
Un garibaldino, tra i primi che avevano preso terra, penetrò nell'ufficio telegrafico e lesse il testo del dispaccio che l'impiegato borbonico aveva appena trasmesso: — ... DA MARSALA A TRAPANI - URGENTE
— ... ENTRATI IN PORTO DUE PIROSCAFI PIEMONTESI, DA CUI SCENDONO UOMINI ARMATI - STOP - ATTENDO ISTRUZIONI. —
La Camicia Rossa intimò al telegrafista di farsi da parte e, messasi all'apparecchio, proseguì la comunicazione trasmettendo: — MI SONO SBAGLIATO, SONO VAPORI DEL NOSTRO ESERCITO! Restò quindi in attesa della risposta da Trapani, per essere sicuro che anche il secondo messaggio fosse stato ricevuto. E la risposta di Trapani all'impiegato che si era « sbagliato » non si fece attendere: — IMBECILLE! —

LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI
II 15 maggio i garibaldini erano giunti presso Calatafimi, un piccolo paese posto sulla strada che da Marsala porta a Palermo. All'alba, apparve dinnanzi a loro molti soldati borbonici, pronti al combattimento. I garibaldini non si sgomentarono, benché i borbonici fossero in numero doppio al loro. Per un certo tempo i due eserciti rimasero immobili, l'uno di fronte all'altro. Ad un tratto, fra le file dell'esercito borbonico, si udirono alcuni squilli di tromba e l'avanguardia nemica avanzò verso i Mille. Ma i Mille rimasero immobili. Trainandosi dietro due grossi cannoni, i borbonici continuarono ad avanzare e ad un certo punto aprirono il fuoco con i loro fucili. I garibaldini, con le loro armi in pugno e le dita pronte sui grilletti, non risposero al fuoco. Solo quando l'intervallo tra i due eserciti fu ridotto ad alcune decine di metri, i Carabinieri di Sardegna, che erano i tiratori scelti dell'esercito garibaldino, spararono sugli avversari. La loro mira infallibile lasciò molti vuoti tra gli schieramenti dei borbonici. Garibaldi diede allora l'ordine di suonare la carica. Tutti i garibaldini partirono di scatto, assalirono i disorientati nemici e s'impadronirono, dopo una breve zuffa, dei due grossi cannoni. Garibaldi, soddisfatto del prezioso bottino, fece suonare l'alt; ma i suoi legionari fìnsero di non sentire e continuarono la corsa verso il grosso dell'esercito borbonico che invano cercava di frenare il loro impeto con un nutrito fuoco di fucileria. Tutta il giorno durò l'impari lotta tra i mille scatenati garibaldini e i loro avversari. Anche Garibaldi, con la spada sguainata, partecipò alla furibonda mischia. Al tramonto i garibaldini prendevano possesso, da vincitori, della cittadina, mentre l'esercito borbonico, annientato, si sparpagliava per le campagne.

L'INCONTRO COL RE D'ITALIA
Quando anche il Napoletano fu quasi completamente liberato dai Borboni, Cavour, vinti gli ultimi indugi e visto il buon esito dell'impresa, inviò incontro a Garibaldi l'esercito regolare piemontese, alla testa del quale marciava il re in persona. I Mille ed i Piemontesi si incontrarono a Teano, presso il fiume Volturno. Grande era l'attesa in tutta Italia per questo inicontro. Donerà Garibaldi le sue conquiste al re? Si domandavano ovunque gli Italiani. Dopo aver conquistato un regno, l'Eroe vorrà ritornare un semplice cittadino?
A por fine a tutti questi interrogativi venne il giorno dell'incontro. Erano le 6 del mattino del 26 ottobre 1860. Garibaldi, con i suoi uomini, era accampato presso il Volturno. Ad un tratto s'ode, in lontananza, lo squillo delle prime note, della « marcia reale ». Il re! Viene il re! gridano i legionari. Il suono della marcia si fa sempre più distinto. Ed ecco avanzare, in arcione ad un cavallo bianco, Vittorio fmanuele II. Anche Garibaldi monta in sella al suo cavallo e muove incontro al re. Giunto a pochi passi dal sovrano, l'eroe si leva il cappello ed esclama: — Salute al re d'Italia! —
— Grazie! Salute al mio migliore amico! — risponde il re. Quindi porge la mano a Garibaldi, che ricambia vigorosamente la stretta. II re e Garibaldi, l'uno di fianco all'altro, riprendono il cammino. E Garibaldi indicava il re ai suoi legionari ed al popolo dicendo: — Ecco Vittorio Emanuele, il nostro re, il re d'Italia.
Che cosa chiese Garibaldi al re, in cambio del regno che gli aveva donato? Nulla! Chiese soltanto un sacco di semi di frumento, per seminarli nell'orticello che aveva a Caprera. E con quel sacco di frumento sulle spalle, l'Eroe, dopo aver congedato i suoi garibaldini, salutò la popolazione che si accalcava sulla banchina del porto a Napoli, per vederlo ancora una volta.

ITINERARIO DELLA SPEDIZIONE
6 maggio 1860 - All'alba. Partono da Quarto 1089 volontari. Li comanda Giuseppe Garibaldi.
7 maggio 1860 - Pomeriggio. Giuseppe Garibaldi si fa consegnare dai comandanti delle fortezze di Telamone e Orbetello armi e munizioni per i suoi volontari.
11 maggio 1860 - Ore 13. I garibaldini sbarcano a Marsala. Colgono di sorpresa la guarnigione borbonica e si impadroniscono della città. Il Consiglio Comunale proclama Garibaldi « dittatore, in nome di Vittorio Emanuele re costituzionale d'Italia ».
14 maggio 1860 - Ore 15. Garibaldi entra a Salemi e dichiara « di assumere in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia, la dittatura in Sicilia ».
15 maggio 1860 - Ore 5,30. Inizia a Calafatimi il durissimo scontro tra garibaldini e borbonici, che si protrarrà per gran parte della giornata e che finirà con la vittoria dei Mille.
27 maggio 1860 - I 22 000 soldati borbonici che difendevano Palermo sgomberano la città, dopo aver chiesto a Garibaldi un armistizio. Sono trascorsi 16 giorni dallo sbarco: a Palermo sventola il Tricolore.
20 luglio 1860 - All'alba. Inizia la battaglia di Milazzo che segna la definitiva vittoria dei garibaldini in ; Sicilia. I borbonici abbandonano l'isola.
19 agosto 1860 - All'alba. Prima di attraversare lo Stretto, Garibaldi indugia a lungo. Cavour teme che la Francia intervenga per arrestare l'azione dei Mille, qualora osassero continuare la loro marcia nella Penisola e comunica a Garibaldi questi suoi timori. Dopo angosciose incertezze, Garibaldi prende una ferma decisione: attraversa lo Stretto di Messina, sbarca in Calabria e occupa Reggio.
23 agosto 1860 - Ore 14. 12 000 borbonici, a Monteleone, abbandonano le armi e fuggono davanti ai legionari di Garibaldi.
7 settembre 1860 - Ore 13,30. Garibaldi entra trionfalmente in Napoli.
11 settembre 1860 - L'esercito piemontese, comandato dal generale Cialdini, entra nello Stato Pontifìcio e muove incontro a Garibaldi.
18 settembre 1860 - I soldati pontifici sono sconfitti dalle truppe piemontesi. Le Marche e l'Umbria sono annesse.
1 ottobre 1860 - Ore 15. Ha inizio la battaglia del Volturno. I borbonici vengono ancora sconfitti e si rifugiano disorientati a Gaeta, ove saranno definitivamente battuti dalle truppe piemontesi.
26 ottobre 1860 - Ore 6. Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi si incontrano a Teano.
9 novembre 1860 - All'alba. Giuseppe Garibaldi s'imbarca a Napoli sul vapore Giorgio Washington e parte alla volta di Caprera. Ha con sé il sacco di sementi avuto in dono dal re.

(7) Crociate
(8) Guerra dei
cento anni
(9) La guerra contro Giugurta
(10) Guerra contro
i pirati
(11) guerra
Trent'anni
(12) Guerre contro Mitridate
(13) Guerre Galliche
(14) Guerre
macedoniche
(15) Guerre persiane
(16) Impresa dei mille
(17) Italia
nella prima guerra mondiale
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 7-10-2014