Le guerre persiane

 

« VI CONSIGLIAMO di arrendervi : siete appena in trecento e noi siamo molte migliaia. Consegnateci le vostre armi. » « Dite a Serse, il vostro sovrano, che se vuole le nostre armi, se le venga a prendere! »
« Badate, quando inizierà la battaglia lanceremo su di voi tante frecce, che nasconderemo il sole. »
« Meglio, così combatteremo all'ombra ! » Questo dialogo, divenuto famoso, si svolse nell'anno 480 avanti Cristo, in Grecia, fra Leonida, capo dell'esercito greco, e gli ambasciatori persiani che Serse aveva mandato da lui per persuaderlo alla resa. Si era giunti al momento più drammatico e culminante di un grave avvenimento storico: il tentativo dei Persiani di invadere la Grecia. Se gli asiatici fossero riusciti nel loro tentativo, la civiltà greca, la più grande fino allora esistita, sarebbe scomparsa; ancora oggi la cultura, l'arte e forse anche le condizioni politiche porterebbero le conseguenze di quel lontano avvenimento. Ci troviamo dunque di fronte ad uno degli episodi fondamentali della storia. In questo capitolo ne narreremo le mirabili vicende.

UNA MINACCIOSA AVANZATA
Nel capitolo di pag. 2308 abbiamo descritto come ebbe inizio e come andò via via aumentando la potenza dei Persiani. All'inizio del V secolo avanti Cristo, questo popolo si trovava padrone del più vasto impero che si fosse mai visto. La sua ultima conquista, verso occidente, fu la penisola d'Anatolia (corrispondente all'attuale Turchia). Poi, ad una ad una, il « gigante » persiano cominciò a divorarsi le isole dell'Egeo settentrionale. Ormai, chi sarebbe più riuscito a fermarlo?

UNA TEMPESTA SALVA LA GRECIA
Nel 522 avanti Cristo era divenuto re dei Persiani Dario. Egli era un uomo di grande energia e portò la Persia al culmine della sua potenza. Nel 492, dopo trenta anni di regno, egli non aveva visto altro che nemici cadere vinti davanti ai suoi eserciti. A questo punto decise di sferrare il suo attacco contro la Grecia. Né lui, né alcun altro, poteva avere dubbi sul risultato dell'impresa: era un gigante che si scagliava contro un pigmeo. Ma le cose cominciarono subito male. Dario progettò di attaccare la Grecia dal Nord, per via di terra. Perciò mandò un grande esercito in Tracia; una volta conquistata questa regione avrebbe potuto proseguire verso la Grecia. Ma egli sapeva che questo esercito non avrebbe potuto vincere senza una flotta che lo rifornisse e che tenesse i nemici sotto la costante minaccia di un attacco dal mare. Perciò allestì anche una enorme flotta e la mise in mare, attraverso l'Egeo. Ma Nettuno, il mitico dio del mare, una volta tanto fu amico dei Greci. Chissà quanti sacrifici gli avevano offerto per placare la sua inimicizia, che risaliva ancora ai tempi della guerra di Troia! Fatto sta che sull'Egeo si levò una violenta tempesta e la flotta degli invasori colò a picco. Andarono a picco, assieme alle navi, anche tutti i piani di Dario. Infatti l'esercito, rimasto senza aiuti dal mare, fu sconfitto dai Traci e Dario dovette richiamarlo. La guerra alla Grecia, per questa volta, finì così prima ancora di cominciare.

UNA CITTÀ SOLA CONTRO UN IMPERO
Dario, naturalmente, non perse tempo a ricominciare tutto da capo ; non gliene mancavano, certo, i mezzi. Solo due anni dopo, e cioè nel 490, una nuova spedizione era pronta. Era composta di circa 50 mila uomini e più di 50 navi. Ad una ad una le isole Cicladi furono occupate, poi fu la volta dell'Eubea. Eppure la maggior parte delle città greche non mosse un dito contro l'invasore: considerando che il nemico avrebbe certamente distrutto Atene, i governanti delle altre città si stropicciavano le mani dalla contentezza, ansiosi di vedere andare in rovina quella città, di cui invidiavano la prosperità e la bellezza. Non pensavano che, presto, anch'essi avrebbero seguito la medesima sorte. E venne il giorno in cui i Persiani sbarcarono nell'Attica : si accamparono nella piana di Maratona, ad una quarantina di chilometri da Atene. Solo gli Ateniesi e i Plateesi andarono incontro ad affrontarli. Era un'impresa da disperati, ma una fortunata coincidenza venne in loro aiuto. Quando i Greci giunsero di fronte al nemico quésti si stava reimbarcando sulle navi : il comandante persiano aveva deciso di trasferire l'attacco direttamente sotto le mura di Atene; già tutta la cavalleria era imbarcata. Milziade, comandante dell'esercito greco, non si lasciò sfuggire questa occasione. Di corsa i suoi diecimila uomini si lanciarono contro lo schieramento persiano, molto più numeroso. I famosi arcieri persiani, colti così di sorpresa, non riuscirono neppure ad entrare in azione ; la fanteria resistette al centro, ma cedette sulle ali. Per evitare l'accerchiamento il comandante persiano ordinò ai suoi uomini di rifugiarsi sulle navi. Questa manovra costò la perdita di più di seimila uomini, ma evitò la sconfitta totale. Milziade aveva ottenuto l'insperata vittoria. Ma non stette neppure un attimo ad assaporarne la gioia. Era evidente che i Persiani stavano navigando a tutta fretta verso Atene, sperando di giungervi prima che il suo esercito fosse rientrato da Maratona. Milziade allora tornò indietro con una veloce marcia e quando la flotta persiana giunse in vista della città, vide sulle rive, schierato in attesa, lo stesso esercito di Maratona. I Persiani pensarono che non era
il caso di ritentare la prova e rivolsero le prue verso l'Asia, da cui erano venuti. Una sola città della Grecia era riuscita a fermare l'attacco di un potente impero. Ma non si era che al primo atto della grande « partita » fra la Grecia e la Persia, fra la civiltà mediterranea e quella asiatica.
La lotta sarebbe presto ricominciata e Atene, pur riuscendo alla fine vittoriosa, avrebbe pagato a caro prezzo il suo valore.

IL PRIMO MARATONETAbattaglia di maratona
Narra la tradizione che Milziade, appena conclusa la battaglia di Maratona, volle mandare un messaggero ad Atene, per annunciare la bella vittoria. Fu scelto un certo Filip-pide, noto per la sua velocità nelle corse. Si trattava di superare un percorso di 42 chilometri nel più breve tempo possibile. Il bravo araldo corse a perdifiato; giunse alla città; potè appena mormorare ai concittadini che lo avevano circondato: « Vittoria, vittorial », e cadde a terra, morto per lo sforzo compiuto. È appunto in ricordo di questo episodio che ancora oggi, nei Giochi Olimpici, si disputa, sulla distanza di km 42, una gara di corsa chiamata «maratona».

LA REAZIONE della Persia al disastro di Maratona non fu immediata. La durissima lezione aveva fatto capire ai Persiani che la guerra contro la Grecia non era affatto da prendersi alla leggera. Decisi a non ripetere la magra figura, essi si misero a fare grandi e accurati preparativi. Questi furono diretti fin nei minimi particolari dal re Serse, succeduto nel 485 avanti Cristo al padre Dario. I preparativi furono veramente colossali: vennero unite le due rive dell'Ellesponto (attuale Dardanelli) con un gigantesco ponte di barche e fu tagliato l'istmo della penisola d'Athos. Due grandiose opere, che furono compiute da ingegneri egiziani e fenici. Il lettore osservi bene la cartina in alto e si renderà conto dell'importanza di queste due opere. Il ponte di barche aveva lo scopo di agevolare il trasporto dell'esercito in Grecia. Il taglio dell'istmo doveva evitare alle navi persiane il tempestoso promontorio del monte Athos: là dove nel 492, proprio a causa di una furiosa tempesta, era colata a picco la flotta del re Dario.

UN'EROICA RESISTENZA
Nel 481 Serse si decise ad attaccare. Forte di oltre 300 000 uomini e di alcune migliaia di navi, il re persiano era certo di schiacciare la Grecia in pochissimo tempo.
Sebbene atteso, l'attacco dei Persiani non trovò preparate le città greche. Al Congresso di Corinto, aperto mentre l'esercito persiano si trovava già in Macedonia, Sparta e Atene, le eterne rivali, decisero di unirsi ancora una volta e di far fronte all'invasione nemica. Fu un esempio mirabile: quasi tutte le altre città greche si unirono anch'esse e promisero il loro aiuto. Quando però nel settembre del 480 l'enorme esercito di Serse irruppe nella Tessaglia e raggiunse il passo delle Termopili, i Greci stavano ancora discutendo su come organizzare la difesa. Per sbarrare il passo alla valanga persiana i Greci, ancora disorganiz-zatissimi, schierarono alle Termopili 6000 uomini, al comando del re spartano Leonida. Sicuro di poter annientare le forze avversarie, Serse mandò alcuni ambasciatori per convincere i Greci alla resa. Sappiamo quale fu la risposta di Leonida. E allora ebbe inizio la battaglia. Per tre giorni l'esercito di Serse non fece un passo avanti : incitati dal re spartano, i Greci opposero una resistenza accanita, disperata. Ma all'inizio del quarto giorno i soldati di Leonida si accorsero che per loro era finita ; i Persiani, guidati da un traditore, Efialte, per un sentiero sulla montagna, stavano per prenderli alle spalle. Licenziati allora quei soldati che non se la sentivano di continuare l'ormai inutile resistenza, Leonida rimase sul posto con soli 300 Spartani. E assieme a loro, piuttosto che arrendersi al nemico, si fece trucidare dai soldati di Serse.

UNA BATTAGLIA NAVALE SALVA LA GRECIA
Oltrepassato il passo delle Termopili, l'esercito persiano si rovesciò come una valanga nell'Attica: Atene e altre città furono completamente devastate. Ma non si poteva ancora parlare di una completa sconfìtta greca: la flotta, al comando di Temistocle, era ancora intatta e si preparava ad affrontare quella persiana. Lo scontro avvenne nelle acque di Salamìna, una stretta rada nella quale Temistocle era riuscito ad attirare le navi nemiche. Fu un vero disastro: non riuscendo a manovrare nello stretto spazio della rada, le pesanti e tozze navi persiane furono facilmente assalite da quelle greche e quasi tutte affondate. Da un'altura di fronte a Salamina, Serse aveva assistito alla battaglia. Non ci è diffìcile immaginare il suo dolore. Le sue navi avevano dovuto subire l'attacco senza poterlo ricambiare. Umiliato da un così grave insuccesso, il re fece ritorno in Persia e rinunciò persino al comando dell'esercito, questo fu affidato al generale Mardònio, che si ritirò nella Tessaglia. Una battaglia navale aveva salvato la Grecia dalla catastrofe.

PIENA VITTORIA GRECA
Umiliato ma non vinto, Serse volle giocare la sua ultima carta. Nella primavera dell'anno successivo (479 avanti Cristo) diede ordine a Mardònio di invadere nuovamente l'Attica. Sarebbe intervenuto personalmente solo se le cose si fossero messe per il meglio. L'umiliazione di Salamina gli pesava ancora sulle spalle. Alla nuova minaccia persiana. Spartani e Ateniesi non esitarono a riunire nuovamente le loro forze. I due eserciti avversari si trovarono di fronte nella pianura di Platèa (in Beozia): 300 000 Persiani contro 110 000 Greci. Il destino della Grecia era ancora in gioco: dipendeva da quella battaglia campale. Lo storico Plutarco ci riferisce che a Platèa i Greci avevano giurato di lottare « finché avessero avuto vita ». E tennero fede al loro giuramento: dai generali ai più umili
soldati, ciascuno si prodigò senza risparmio. L'idea di finire sotto la dominazione persiana centuplicò il loro ardire.
La lunga e furibonda battaglia campale, la maggiore combattuta durante le guerre persiane, si risolse in un'immane carneficina per l'esercito di Mardònio. Le cifre' che ci dà Plutarco sono impressionanti: i Persiani avrebbero perduto ben 260 000 uomini! La strepitosa vittoria greca fu dovuta soprattutto all'abile strategìa dell'ateniese Aristide. Quanto a Serse, la catastrofe di Platèa non fu il solo tremendo colpo di quella giornata. Infatti, lo stesso giorno, le navi persiane, scampate al disastro di Salamina, venivano sorprese dalla flotta greca a Micale (presso Mileto) e colate a picco. Questa volta la vittoria greca fu decisiva: Serse si trovò in condizione di non poter più prendere l'iniziativa delle operazioni militari.

LA PERSIA È DEFINITIVAMENTE BATTUTA
Le grandi vittorie di Platèa e di Micale avevano capovolto in pieno la situazione: la direzione della guerra era ormai passata alla Grecia. Serse intanto sperava ancora. Dopo aver allestito in Fenicia una potente flotta (470 a. C), tentò nuovamente la grande avventura sul mare. Ma non si aspettava certo di dover fare i conti con Cimone, figlio di Milziade, il vincitore ateniese di Maratona. Questi non diede alle navi persiane nemmeno il tempo di raggiungere il Mar Egeo: le sorprese alle foci del fiume Eurimedonte (in Panfìlio, Asia Minore) e in una fulminea battaglia navale le sterminò. Serse era servito. Dopo quella tremenda sconfìtta non osò più attaccare la Grecia. Ci volle ritentare alcuni decenni dopo il suo successore: Artaserse I. Ma non ebbe maggior fortuna: nelle acque di Cipro la sua flotta fu annientata dalle navi greche, comandate ancora dal formidabile Cimone (449 a. C). Impressionato dall'immane disastro, Artaserse I chiese la pace. Con essa, la Persia riconobbe l'indipendenza e la libertà alla Grecia, e rinunciò a tenere una flotta nel Mar Egeo. Ormai la Grecia non aveva più nulla da temere dalla Persia. La civiltà occidentale era salva. Finivano così le guerre persiane, dopo oltre quarant'anni di durissime lotte.

(6) Conquista della
Libia
(7) Crociate
(8) Guerra dei
cento anni
(9) La guerra contro Giugurta
(10) Guerra contro
i pirati
(11) guerra
Trent'anni
(12) Guerre contro Mitridate
(13) Guerre Galliche
(14) Guerre
macedoniche
(15) Guerre persiane
(16) Impresa dei mille
 
 
[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 14-01-2014