La grande muraglia cinese

 

Sorta come una linea continua per una lunghezza di circa 6000 km, un'altezza che varia dai cinque ai dieci metri, mentre il suo spessore raggiunge talora sette metri alla base e quattro alla sommità, la ciclopica Grande Muraglia, voluta nel III secolo a.C. da Shi Huangdi signore di Qin a scopi soprattutto difensivi, viene annoverata sin dal XVIII secolo tra le meraviglie del mondo. Pare che per la sua edificazione siano stati usati circa 150 milioni di metri cubi di terra e 50 milioni di metri cubi di pietre e mattoni e che migliaia di servi abbiano portato la terra in ceste e l'abbiano calpestata sino a renderla solida, secondo un sistema di costruzione cinese vecchio di millenni. Nei secoli successivi, l'aspetto dell'imponente costruzione della prima età imperiale si è venuto modificando con l'edificazione di numerose fortificazioni e contrafforti (originariamente vi era un posto di guardia ogni 6 km), ma cionondimeno la Grande Muraglia conserva ancora l'aspetto, snodato e continuo, dell'antico bastione, la cui parte esterna merlata e massiccia, ha carattere diverso da quella interna, a volte costituita da terra friabile. L'opera si ricollega alle concezioni monumentali dei più grandi popoli dell'antichità, ma le supera di gran lunga per ampiezza e per ardimento nel vincere dislivelli e nel l'adattarsi ad ambienti naturali diversi, armonizzandosi alle caratteristiche dei luoghi e dei terreni su cui sorge e obbedendo ad una concezione tipicamente cinese secondo cui l'opera dell'uomo non deve deturpare, mutare o stravolgere la natura. L'infinito nastro della muraglia si snoda, dunque, dalla provincia del Gansu al golfo del Liaodong, assumendo a tratti la fisionomia di uno spalto in piano, a volte incurvandosi a schiena d'asino, con lente flessioni angolari o con tagli ad angolo retto e affacciandosi sempre da un lato sul caotico terreno mongolo, dall'altro sulla fertile terra cinese ordinatamente divisa in riquadri limitati da canali, opera umana che trascende tutte le misure dell'uomo, giungendo nei luoghi più deserti e lontani.
grande muraglia cinese
Si esce da Pechino e ci si dirige verso nord, salendo lentamente tra le montagne che le orde dei Mongoli, e prima ancora degli Unni e di molti altri popoli, attraversavano al galoppo, in sella ai loro cavalli, per invadere la pianura o venire a fare razzie. Si giunge così al colle di Ju Yong Guan, una porta simbolica dell'epoca mongola, decorata da Budda e da guardiani celesti, che reca iscrizioni in sei lingue: in sanscrito, in tibetano, in mongolo, cinese, turco e in un'altra lingua che venne identificata solo all'inizio del secolo scorso; veniva parlata in uno staterello dell'alto Medioevo che non ha lasciato traccia di sé nella storia. La porta era un vero trak-d'union tra Oriente e Occidente e ha ancor oggi una tale presa emotiva che dopo averla vista si rimane immersi nelle fantasticherie per tutto il resto della strada che si deve percorrere per arrivare alla Grande Muraglia.
Questo enorme bastione, che ha fatto sognare il mondo intero e ne ha nutrito l'immaginazione, non delude anche se delle sue migliaia di chilometri se ne può vedere un'infima parte soltanto. Essa sorse quando il famoso «Primo Imperatore» Qin Shi Huang Di (Ch'in Shih Huang Ti secondo la vecchia grafia. 221-209 a.C.) decise di collegare i diversi sistemi di difesa che proteggevano da tempo la frontiera settentrionale contro gli attacchi degli invasori Xiorig Nu (già Hsiung Nu), in Occidente chiamati Unni come le orde che dilagarono nell'Europa occidentale circa sei secoli dopo.
La Grande Muraglia venne abbandonata quando smise di essere una frontiera tra i barbari e la Cina, ma più tardi, nei periodi tumultuosi della dinastia Ming, quando i Mongoli si fecero di nuovo molto intraprendenti, le mura cadenti vennero rimesse in piedi e rinforzate con torri e fortificazioni.
Ci si può chiedere quale fosse l'utilità di una barriera che veniva vigilata solo in alcuni punti. Per gli invasori, invece che cingere d'assedio uno dei forti presidiati da una guarnigione, non sarebbe stato più semplice cercare un punto della Grande Muraglia indifeso e sperduto tra le montagne, per varcarla rapidamente? Ma di che tipo erano questi eserciti barbari, unni o mongoli? Squadroni di cavalieri senza artiglieria, senza genio, la cui tattica consisteva nell'andare alla carica con la sciabola in mano, al gran galoppo, aggirando gli ostacoli, massacrando le persone e distruggendo ogni cosa. Da quello sbarramento senza soluzioni di continuità, che spezzava il loro impeto, essi venivano, è proprio il caso di dirlo, completamente disarcionati. I fanti avrebbero forse potuto tentare la scalata della muraglia in massa. Ma i cavalli? Quand'anche qualche uomo di un drappello di Mongoli fosse riuscito a passare al di là della Muraglia, privo del cavallo che costituiva la sua arma principale e l'unico mezzo di cui disponeva per essere rapido, efficiente e prendere il nemico di sorpresa, si sarebbe trovato nella più assoluta impotenza. Per di più, nei periodi di tensione, di pencolo, c'erano delle ronde che pattugliavano la Muraglia tra una postazione e l'altra. Queste non distavano tra loro più di un giorno o due di marcia e un tentativo di demolire la fortificazione in un punto deserto era scoperto subito e le truppe potevano intervenire rapidamente.

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[ Torna in cima alla pagina ] aggiornato il 8-10-2014